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LAVORO/ Così il “mostro” Marchionne semina il panico tra imprese e sindacati

Le ultime proposte di Federmeccanica, spiega FIORENZO COLOMBO, sono dettate dal caso Fiat e rischiano di creare problemi nelle relazioni industriali

L'ultimo tavolo Federmeccanica-sindacati del 24 gennaio scorso (Foto Ansa) L'ultimo tavolo Federmeccanica-sindacati del 24 gennaio scorso (Foto Ansa)

Nelle scorse settimane, Federmeccanica, l’Associazione dei datori di lavoro a cui è affidata la rappresentanza sindacale delle diverse categorie di imprese che spaziano nell’universo manifatturiero del nostro Paese, ha formalizzato ai sindacati nazionali di settore una proposta per un nuovo assetto della contrattazione sindacale e per la pattuizione dei contratti collettivi di lavoro. Le parti si incontreranno di nuovo per discutere del tema lunedì prossimo. 

Ai molteplici “addetti ai lavori” (gli attori delle Parti Sociali, giuristi del lavoro, giornalisti e opinion leader della politica) la questione è parsa più un tentativo di rispondere alle problematiche poste dalle recenti vicende Fiat - ovvero ragioni associative e di equilibri interni al variegato mondo confindustriale - più che un organico contributo al dibattito in corso sull’evoluzione delle relazioni industriali, quale strumento di governance delle relazioni di lavoro di fronte alle sfide della competizione economica che tutti i settori produttivi devono fronteggiare.

Nella sostanza, Federmeccanica ha proposto di “unificare” in un solo livello di contrattazione collettiva l’assetto regolatorio attuale, proponendo, sulla falsa riga di Pomigliano e Mirafiori, che le grandi imprese (oltre 500 addetti) possano scegliere di applicare un contratto aziendale omnicomprensivo e sostitutivo del contratto nazionale, lasciando quest’ultimo quale strumento per le Piccole e medie imprese (il 95% degli associati a Federmeccanica).

Il timido appoggio della Presidente Marcegaglia, la contrarietà di tutti i sindacati e “l’assordante silenzio” delle altre associazioni datoriali più importanti (Federchimica, Federalimentare, le grandi Associazioni Territoriali, a partire da Assolombarda) hanno già fatto scendere una cortina di silenzio sulla proposta, percepita, appunto, quale tentativo di arginare il fenomeno Marchionne e per evitare pericoli di fuoriuscita di imprese dal perimetro associativo.

Anche la rappresentanza datoriale deve fare i conti con le tessere: le associazioni vivono di contributi delle imprese, sempre più salati (per le imprese) nel combinato disposto dei margini di fatturato in restrizione e per quanto restituito in servizi. Se gli iscritti diminuiscono o sono scontenti, l’associazione perde prestigio, peso e capacità di lobby.


COMMENTI
19/02/2011 - CISL, ti chiedo ancora di più! (Giuseppe Crippa)

Un grazie a Fiorenzo Colombo che ci ricorda che ogni giorno un lavoro nascosto di migliaia di rappresentanti dei lavoratori (e, perché non dirlo, anche di migliaia di rappresentanti delle imprese) consente alla gente di lavorare in contesti sufficientemente rispettosi della propria dignità, pur nella contrapposizione (ma è davvero, a ben guardare, una contrapposizione? Anche questo è vetero marxismo) di interessi. Certo è che una robusta semplificazione di categorie e contratti andrebbe realizzata, ed anche, con coraggio, occorrerebbe abbattere la strutturale diversità tra chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e chi no… Sono convinto che questo sarebbe il modo migliore di combattere il precariato, e mi piacerebbe che almeno nella CISL si affrontasse questo tema…