BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

LAVORO/ Galassi (Confapi): dai reparti i giovani potranno far crescere l’Italia

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Potrebbe essere disastroso. Uno dei problemi, come ho già detto, è quello finanziario: capisce che se aumentano i costi, la vita diventa davvero difficile. Famiglie e imprese (non parlo di chi opera nel lusso) non sono in grado di reggere prezzi alle stelle. La politica sta cercando di tranquillizzarci, dicendo che non ci saranno grosse conseguenze per i nostri approvvigionamenti energetici. Ma credo che il problema vada affrontato subito, perché quello che il Governo vuol fare per rilanciare l’economia rischia di essere vanificato. Si corre il pericolo, anzi, di un prolungamento della crisi, che può mettere a rischio la sopravvivenza delle imprese. Il problema non riguarda solo l’Italia e mi sembra che la politica internazionale si stia muovendo. Speriamo che tutto vada per il meglio e che la speculazione non faccia danni.

 

Qual è la situazione occupazionale nelle Pmi? È vero che nel primo trimestre del 2011 prevedete un aumento dei posti di lavoro persi?

 

C’è stato un calo della cassa integrazione, ma non perché ci sia lavoro in più, bensì perché le imprese hanno lasciato a casa tante persone. Se quel 50% di aziende con bilanci in perdita di cui parlavo prima non recupererà, si rischia la perdita di altri posti di lavoro. Se le cose non cambiano, difficilmente potremo tornare ai livelli occupazionali del 2007/2008.

 

Cosa bisogna fare contro la disoccupazione?

 

Bisogna tornare a occuparsi della produzione, a puntare sulla produttività. In Italia, ci siamo forse dimenticati che il nostro Paese è prima di tutto un produttore. E una parte non indifferente del problema è che la manodopera costa tantissimo, mentre quello che finisce in tasca ai lavoratori è sempre poco. Qui deve essere la politica a intervenire.

 

La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli preoccupanti. Qual è secondo lei il problema in questo ambito?

 

C’è innanzitutto un problema culturale dei giovani, che pretendono, una volta presa la laurea, di poter fare un lavoro che in realtà le imprese non richiedono. È come se la nostra cultura illudesse i giovani che solo per il fatto di studiare abbiano già risolto il problema del lavoro, ma non è così. I giovani dovranno imparare ad adattarsi. Magari chi è laureato dovrà fare lavori che non sono prettamente quelli di ufficio. Le aziende, inoltre, quando assumono un neo-laureato o diplomato mettono già in conto che serviranno due-tre anni di gavetta prima che sia produttivo. Le imprese più grandi una volta finanziavano delle scuole di formazione, e questo era molto importante. Noi come associazione lo stiamo facendo, ma è fondamentale che arrivino le “dritte” delle imprese per capire quali sono i settori in cui andare a formare i giovani. Altrimenti si rischia di non dargli poi sbocchi lavorativi.

 

Un anno fa avete siglato con i sindacati l’accordo interconfederale sull’apprendistato professionalizzante. Qual è il bilancio dopo un anno? Lo strumento funziona?