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LAVORO/ Galassi (Confapi): dai reparti i giovani potranno far crescere l’Italia

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È stato molto importante questo accordo sull’apprendistato, che prima non potevamo fare: ci permette, infatti, di formare dei giovani avendone anche dei benefici sul costo di manodopera. E penso che molte delle imprese che torneranno ad assumere lo vorranno usare, non solo per i costi minori, ma anche perché vorranno gente giovane per i nuovi prodotti che vorranno sviluppare. Le aziende che hanno aumentato il fatturato ci sono riuscite, infatti, grazie a prodotti nuovi. Il problema è che i giovani non sembrano molto disponibili a fare questo percorso.

 

I dati delle assunzioni di questi ultimi due anni mostrano, però, che le aziende hanno aumentato le quote delle assunzioni di figure mature rispetto a quelle giovani. È un fatto legato solo alla crisi oppure per i giovani gli spazi si stanno sempre più riducendo?

 

È avvenuto, oltre che per la crisi, anche perché le imprese che hanno sviluppato nuovi prodotti hanno preferito affidarli a persone con una certa esperienza, soprattutto per la vendita. Ora serve, però, gente che possa ulteriormente creare nuovi prodotti, che trovino sbocchi sul mercato. Per far questo, occorrono persone disposte a lavorare in reparto. Se vogliamo tornare a essere competitivi sui mercati produttivi, dobbiamo dedicare più attenzione al reparto. E io vedo, purtroppo, che i giovani non hanno voglia di andare in reparto. Non credo che sia un’umiliazione per un ingegnere o un diplomato occuparsi di un reparto. I giovani, invece, pensano di poter iniziare da un ufficio. Ma con gli uffici non portiamo avanti l’economia: servono persone che facciano i prodotti.

 

E cosa bisogna fare allora?

 

I giovani vanno portati in azienda e verso una cultura manifatturiera, perché senza questo settore non si crea ricchezza e l’economia non va avanti. I giovani dovrebbero recuperare lo spirito che c’era nel dopoguerra. Certo, gli vanno anche date garanzie sul futuro, dal punto di vista contrattuale e previdenziale. Se gran parte del loro stipendio finisce in tasse e non hanno nemmeno certezza sul fatto che in futuro avranno una pensione, come li si potrà convincere a fare un mestiere che a loro sembra umile, anche se non lo è?

 

Secondo lei, e per la sua esperienza, su cosa deve puntare un giovane che oggi si affaccia al mercato del lavoro?

 

I giovani devono in certi casi sapersi sacrificare, accettando ciò che è disponibile e misurandosi con quello. Quand’ero giovane volevo fare tante altre cose, non pensavo certo di prendere in mano l’azienda di mio padre. Ho quindi sacrificato alcuni anni per fare esperienza e diventare un professionista. Oggi, le condizioni di benessere di partenza danno forse ai giovani l’illusione che ci sia il lavoro garantito, ma non è così. Questo è stato vero per un certo periodo in Italia, nel settore privato come in quello pubblico, ma la globalizzazione ci ha fatto capire che le cose non possono più essere così.

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