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J’ACCUSE/ Ecco di chi è la colpa se i giovani non trovano lavoro

In questa lettera MATTEO SCIBILIA, cuoco e imprenditore, ci spiega quali sono secondo lui i problemi alla base della disoccupazione giovanile

Foto Ansa Foto Ansa

Caro direttore,

È ricorrente, mai come in questi ultimi tempi, leggere, ascoltare e sentire amici e clienti che ai tavoli discutono di questo argomento: i giovani non trovano lavoro, cosa faranno?

Per affrontare il tema, purtroppo, bisogna da subito dire le cose come stanno. Potremmo partire da vecchi giudizi ed esperienze passate, ma la realtà è molto dura: i giovani, spesso, non hanno voglia di lavorare, non vogliono fare sacrifici, non hanno passione, non vogliono imparare. Hanno già tutto, molto più delle vecchie generazioni. Forse non sanno più come raggiungere una felicità. Sommano giornate di malattia come fossero sessantenni pieni di acciacchi e il loro costo è di poco differente da chi ha gia esperienza.

Se è vero, come è vero, che il 70% degli italiani è proprietario della propria casa, ecco che già una piccola risposta alla domanda iniziale c’è: i nostri giovani non dovranno neanche fare la fatica di accollarsi un mutuo, come abbiamo fatto noi in passato, perché la casa se la ritroveranno in eredità, così come, in alcuni casi, anche l’azienda dei genitori. Pesanti questi giudizi? No, non credo, anzi probabilmente molti ristoratori e piccoli imprenditori sanno di cosa sto parlando. Credo di poter affermare che è a rischio la continuità del nostro lavoro.

Le Scuole professionali e non cosa fanno? Purtroppo non hanno mezzi per aggiornare la tecnologia delle proprie cucine e dei laboratori, forse non hanno soldi a sufficienza per avere consulenti/docenti di alto livello, non riescono a collegarsi con il mondo del lavoro, mandano i propri ragazzi a fare stage in grandi alberghi, sulle navi, nelle pizzerie.

Ora, pur avendo grande stima di queste categorie di colleghi, è chiaro che la ristorazione di qualità ha altri problemi e non posso nascondere piccole confessioni di docenti di scuole alberghiere: mandare i ragazzi in stage nei ristoranti di qualità comporta dei problemi, poiché normalmente il titolare è anche Chef e il rapporto coi ragazzi è immediatamente conflittuale.

“Togliti l’orecchino, togliti il piercing, togliti il braccialetto, non usare il telefonino”, sono le regole di igiene e i comportamenti richiesti ai ragazzi. Sapete qual è la loro risposta? “Ma quanto rompi, neanche a casa i miei mi dicono così”. Risultato, come da personale esperienza di due mesi fa, lo stagista di una scuola di Monza ha voluto farsi trasferire in un ristorante/pizzeria, “perché li fa quello che vuole e nessuno lo controlla”, mi ha confidato il docente. Tutto questo avviene anche nelle Pmi: giovani ingegneri senza esperienza che chiedono da subito qual è il percorso della propria carriera. O quando si fanno le ferie.


COMMENTI
03/02/2011 - Non son tutti uguali (Marco Claudio Di Buono)

Nella realtà ci sono tanti giovani che i sacrifici li fanno, non sono tutti fannulloni o bamboccioni. Inoltre, in alcuni casi ci si è costretti, perché mi dica se una persona guadagna 800-1000 euro al mese come fa a vivere in una città come Milano. Se poi i genitori sono persone anziane malate e pensionate e non ci si può permettere badanti o altro, come si fa? Non bisogna fare di ogni erba un fascio. Io sono laureato, vivo al Sud, ho lavorato per 700, 800, 900 e 1000 euro al mese, ho fatto varie cose perché grandi economisti e politici dicono che il posto fisso non esiste più. Ma questo precariato da' una sensazione d'insicurezza che non permette di fare progetti per il futuro. Dovremmo essere più umili, certo. Ma dovremmo avere maestri migliori e non solo a scuola.

 
03/02/2011 - tutto vero,però (attilio sangiani)

Però bisogna andare fino in fondo e prendere posizione contro messaggi tipo : "L'Italia è arretrata perchè ha un numero di laureati inferiore ...",senza precisare in quali lauree,in aquali dicipline occorrerebbe avere più laureati. Bisognerebbe anche realizzare una "svolta culturale",che ci affranchi da due errori micidiali : quello del '68,del 30 politico,delle tesi di laurea "di gruppo",come nelle facoltà di sociologia o di architettura,che sfornavano giovani ignoranti ma presuntuosi,che oggi hanno largamente in mano la formazione degli studenti nelle scuole superiori e nelle università. Poi quello già ridicolizzato dal Manzoni con l'invettiva " VILE MECCANICO " lanciata contro Cristoforo da un aristocratico borioso e fannullone. Dobbiamo ammettere che la mentalità prevalente nella classe media meridionale italiana ( non nel proletariato ) ha largamente influenzato il costume dell'Italia intera con il mito della laurea ( facile) per un posto ad una scrivania,piuttosto che in un laboratorio di ricerca. E il disprezzo per le professioni tecnico manuali,da "vile maccanico",appunto. Infine occorrerebbe,a mio parere,distinguere la CULTURA,che ha sempre bisogno disperato di vero UMANESIMO, come nutrimento della persona,dalla via per guadagnarsi il pane. "Carmina non dant panem.... Nella mia vita ho sempre coltivato la cultura umanistica,ma mi sono guadagnato il pane anche con il lavoro manuale,oltre che con l'insegnamento. Si aggiunga che la manualità aiuta anche l'intelligenza