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Lavoro

FIAT/ Quella legge che può fermare le "guerre" di Cgil e Fiom

Modificare una parte dell’articolo 39 della Costituzione, spiega PAOLA OLIVELLI, abbatterebbe un baluardo della scelta conflittuale di alcune organizzazioni sindacali

Foto AnsaFoto Ansa

Le scelte operate dalla Fiat hanno un indubbio merito, quello di aver gettato un sasso nelle acque stagnanti del nostro sistema di relazioni industriali, riportando a galla questioni annose, definite come dei “veri e propri tabù”, quali la rappresentanza sindacale e l’efficacia soggettiva del contratto collettivo, favorendo una riflessione che sembrava ormai inutile.

Tranne qualche voce, poche in realtà, che hanno cercato di minimizzare i problemi, si è parlato di “scossone”, di “shock”, di “obsolescenza ormai irreversibile del nostro sistema di relazioni industriali”, si è detto che nulla sarà mai più come prima e da più parti si sono invocate nuove regole, ad esempio, auspicando una estensione di quelle sulla rappresentanza sindacale del settore pubblico a quello privato.

Indubbiamente, la governabilità del sistema di relazioni industriali è minata dalla rottura dell’unità sindacale e la conflittualità tra le maggiori organizzazioni di rappresentanza degli interessi dei lavoratori rivela che la carenza sta nella mancanza di regole capaci, da un lato, di sottrarre al potere di veto di una organizzazione, sia pure maggiormente rappresentativa, le dinamiche dell’azione sindacale e, in particolare, della contrattazione collettiva; dall’altro, di assicurare, pur nel conflitto, la democraticità del sistema, come richiede la Costituzione all’articolo 39. Ed è pur vero che, a fronte dell’incapacità/impossibilità delle parti sociali di autoregolarsi, per via negoziale, neppure il principio di sussidiarietà, che pure trova nel campo sindacale un terreno d’elezione, esclude, ma, semmai, richiede, un intervento del legislatore.

Nondimeno, molteplici e di non poco conto sono i problemi giuridici e al contempo politici che un tale intervento sarebbe chiamato a risolvere. Basti pensare all’oggettiva diversità del sistema dell’impiego pubblico da quello del lavoro privato. Diversità rilevata dalla Corte costituzionale (nelle sentenze n. 309 del 1997 e n. 199 del 2003) e che preclude al legislatore di trasporre nel settore privato, con una semplice legge ordinaria, le regole sulla misurazione della rappresentatività e sull’efficacia soggettiva del contratto collettivo valevoli per quello della pubblica amministrazione.