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LAVORO/ Quelle "lezioni" del passato per aiutare i giovani d’oggi

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Il contributo ruota intorno ad alcuni assi centrali di una visione costruttiva, di un’antropologia positiva che fa fatica a emergere nel pensiero e nell’azione dei protagonisti della vita pubblica italiana. La concezione del lavoro, la sua stessa ricerca, l’azione della politica e delle istituzioni, delle imprese e dei sindacati, il sistema scolastico: tutti sono implicati in questa responsabilità, personale e comune, di offrire tracce di un buon e concreto futuro alle giovani generazioni, figlie di una società che non cresce, in un paradosso da Titanic del terzo millennio.

 

Bertagna richiama le incoerenze delle varie componenti (compresa quella di cui lui è espressione) e propone di abbandonare schemi consolidati e di tornare alla radice della questione, ovvero “la persona in azione”. E semplicemente propone di riflettere sulla necessità di realizzare e ricomporre una visione unitaria dei problemi, una concezione in cui ogni persona ha un diritto e un dovere di educazione e istruzione, un diritto e un dovere di lavorare per contribuire a sé, ai propri cari e al miglioramento della società, un approccio di cui tutta la nostra Costituzione è impregnata in diversi e numerosi articoli.

 

Si tratta di superare antiche e nuove fratture nelle diverse concezioni, azioni e norme in tema di istruzione e formazione, di accesso al lavoro e del suo permanerci, nella fusione e integrazione di “manuale e intellettuale”, valorizzando e innescando processi estesi di cultura nel lavoro e di lavoro nella cultura, proponendo un’idea del lavorare intesa come “un sapere pratico in azione”.


COMMENTI
16/03/2011 - distinguere sempre ( Tommaso D'Aquino) (attilio sangiani)

credo che si debba,preliminarmente,sgombrare il campo da una confusione.Un conto è la preparazione ad una professione che produca beni o servizi "per il mercato". Cioè che vengano considerati utili "dagli altri" e che vengano rimunerati. Altro conto è lo sviluppo intellettuale,culturale e morale per "costruire",educandola,la persona umana.Senza un rapporto automatico e stretto con la professione che poi eserciterà per procurasi i mezzi materiali necessari alla esistenza.In altre parole: la scuola che dà una "cultura" è un "consumo",più che un "investimento produttivo" .Analogia con la "educazione fisica" :educa il corpo ma non addestra direttamente per uno sport specifico,che potrebbe anche rendere economicamente ( calcio,sci,basket,...) ma che è un "valore" per sè stesso:naturalmente anche la "cultura" può essere, indirettamente,un "investimento",ma non "principalmente. Vale sempre la massima latina "carmina non dant panem",anche se qualche poeta o scrittore,a volte,ricava pane.... Se non si comprende questo,si arriverebbe logicamente a considerare uno spreco insensato ogni studio teologico o filosofico..... Ma "non di solo pane...". Siamo ,o no,cristiani ?

 
14/03/2011 - Una scuola estranea al sistema scolastico vigente (Giuseppe Crippa)

Se davvero “la lenta ma efficace strada” di una scuola che dia adeguato spazio al lavoro manuale ha bisogno di "un tempo che non può essere quello dei nostri politici" (che vivono solo di traguardi elettorali che per loro significano soldi subito ed un futuro anche pensionistico assicurato) non vedo altra speranza che trovare il coraggio di inventarci qualcosa (dopo la scuola dell’obbligo) che sia dichiaratamente estranea a qualunque attività scolastica esistente come un diploma ormai svalutato quanto a mezzo di accesso al lavoro e utile solo per un accesso a qualche inutile anno di università. Ma qualcosa del genere la potrebbe inventare solo un santo come Giovanni Bosco e noi italiani di santi non ne meritiamo più…