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LAVORO/ Quelle "lezioni" del passato per aiutare i giovani d’oggi

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Interessante anche la riproposizione di una rifondazione scolastica come clima e dettato organizzativo, che vive ancora di codici “militari” (promozioni, obblighi, disciplina, condotta, passaggi di grado, punizioni di classe sono espressioni ancora attualmente in uso) per avvicinare formazione e lavoro nel modello della Scuola Laboratorio (né scuola scuola, né officina officina), affinché si insegni a lavorare bene, facendo le cose bene, conoscendo ragioni oggettive e soggettive del manufatto, del bene o del servizio.

 

La necessità di ridare centralità all’apprendistato formativo, qualcosa di più e di diverso di un semplice contratto di lavoro a causa mista (di lavoro e formazione), secondo le intenzioni di Marco Biagi e dei più illuminati e autenticamente riformisti tra gli operatori del mondo del lavoro, risulta determinata dall’offerta di un canale ottimale, che tenga insieme questo imparare ad imparare lavorando, una modalità in cui si riattualizzano antichi proverbi dettati da una costruttività popolare di nonni e genitori (“impara l’arte e mettila da parte”: vedi di rubare il mestiere a quello che te lo insegna perchè è quanto desidera da te, allievo, il maestro ovvero l’operaio specializzato o il capomastro).

 

Allora le tracce del futuro stanno realmente in una rilettura del passato, di quanto di buono la tradizione ci ha consegnato, proponendo in modo adeguato e realistico una lenta ma efficace strada ai giovani dell’oggi, il cui dispiegarsi ha bisogno di un tempo che non può essere quello di chi vive solo di traguardi elettorali. Allora la madre delle questioni riguarda davvero la persona e le persone, il vero, unico e irripetibile capitale sociale del nostro Paese.

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COMMENTI
16/03/2011 - distinguere sempre ( Tommaso D'Aquino) (attilio sangiani)

credo che si debba,preliminarmente,sgombrare il campo da una confusione.Un conto è la preparazione ad una professione che produca beni o servizi "per il mercato". Cioè che vengano considerati utili "dagli altri" e che vengano rimunerati. Altro conto è lo sviluppo intellettuale,culturale e morale per "costruire",educandola,la persona umana.Senza un rapporto automatico e stretto con la professione che poi eserciterà per procurasi i mezzi materiali necessari alla esistenza.In altre parole: la scuola che dà una "cultura" è un "consumo",più che un "investimento produttivo" .Analogia con la "educazione fisica" :educa il corpo ma non addestra direttamente per uno sport specifico,che potrebbe anche rendere economicamente ( calcio,sci,basket,...) ma che è un "valore" per sè stesso:naturalmente anche la "cultura" può essere, indirettamente,un "investimento",ma non "principalmente. Vale sempre la massima latina "carmina non dant panem",anche se qualche poeta o scrittore,a volte,ricava pane.... Se non si comprende questo,si arriverebbe logicamente a considerare uno spreco insensato ogni studio teologico o filosofico..... Ma "non di solo pane...". Siamo ,o no,cristiani ?

 
14/03/2011 - Una scuola estranea al sistema scolastico vigente (Giuseppe Crippa)

Se davvero “la lenta ma efficace strada” di una scuola che dia adeguato spazio al lavoro manuale ha bisogno di "un tempo che non può essere quello dei nostri politici" (che vivono solo di traguardi elettorali che per loro significano soldi subito ed un futuro anche pensionistico assicurato) non vedo altra speranza che trovare il coraggio di inventarci qualcosa (dopo la scuola dell’obbligo) che sia dichiaratamente estranea a qualunque attività scolastica esistente come un diploma ormai svalutato quanto a mezzo di accesso al lavoro e utile solo per un accesso a qualche inutile anno di università. Ma qualcosa del genere la potrebbe inventare solo un santo come Giovanni Bosco e noi italiani di santi non ne meritiamo più…