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LAVORO/ C’è una via d’uscita alla "morsa" che stringe i sindacati?

Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa) Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa)

Illuminati dalla grazia e dal senso concreto della vita come missione, i promotori dell’organizzazione sindacale bianca contribuirono a dare tessuto organizzativo a un Paese che di quei tessuti aveva necessità per poter riconoscere le esigenze del lavoro per quel che erano, nelle loro molteplici forme, lavoratore per lavoratore, territorio per territorio, parrocchia per parrocchia. Alle semplificazioni delle ideologie unificanti contrapposero il «buon volere» e le «buone battaglie», come scrisse Achille Grandi, ventenne, commentando la Rerum Novarum.

 

Quell’ansia di rinnovamento non si risolse in soprassalti di volontarismo, ma si tradusse in fatti concreti. Tanto diede alla nazione il radicamento profondo delle opere: mutue, casse, leghe fondarono la tradizione popolare dei cattolici nel sociale. A quest’Italia diversamente unitaria contribuirono altri. Come Agostino Gemelli: nel fondare l’Università Cattolica del Sacro Cuore si propose, nel 1921, di dare al Paese una classe dirigente forte di idealità che non riconosceva in poteri economici e politici ben poco propensi a cedere spazi di libertà e di autonomia ai soggetti sociali. Quando poi il fascismo intervenne con la forza e le sue leggi divennero flagello quotidiano della libertà, sopraggiunse la notte.

 

L’impetuosa corrente del secondo dopoguerra diede forma a un nuovo rapporto tra mondo del lavoro e società industriale e pose le forze sindacali libere in quel crogiolo in cui si formano i regimi democratici. Perché ciò accadesse, occorreva un disegno capace di far fruttare a un tempo istinti personali e razionalità collettive. Per quegli uomini, le diverse milizie - nel movimento cattolico, nel sindacato e nella politica - sgorgavano dalla spontaneità e dalla libertà dell’esperienza morale orientata dalla fedeltà all’uomo e alle sue ragioni.