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LAVORO/ C’è una via d’uscita alla "morsa" che stringe i sindacati?

Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa) Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa)

Sotto quel principio unificatore, la democrazia veniva intesa come bene di tutti e come ambiente proprio per realizzare - non in astratto, ma nel flusso della storia della società industriale - la dignità e la libertà delle persone. In questo squarcio che diradava le tenebre del passato e vedeva una nuova classe dirigente agire per cambiare il Paese più di ogni altra prima (e poi), non bastava porsi nel crocevia di quelle tre milizie. Occorreva anche andare oltre l’affermazione dell’autonomia del sociale e postulare una concezione laica e compiutamente moderna della democrazia in una società industriale.

 

In questo senso operarono, fondando la Cisl, Giulio Pastore e Mario Romani, per i quali il problema della classe lavoratrice italiana non si poneva in prima istanza come problema politico, di rapporti sindacato-partito, per impadronirsi dello Stato o per chiedere assistenza e difesa. Ma come acquisto di consapevolezza della propria posizione e dell’autonoma originalità dell’esperienza sindacale al fine di connettere il progresso economico con il progresso sociale, superando l’aspettativa mitica della legge anzi, per predisporre le situazioni concrete pregiudiziali alla legge stessa. In questi margini di libertà vedevano l’unica possibilità per il mondo del lavoro di cominciare a pensare in termini di classe dirigente.

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