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Lavoro

IDEE/ Tripoli (Mister Pmi): pensare in piccolo può far crescere Pil e lavoro

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In particolare ne sottolineo tre:

 

1) sostenere un migliore raccordo tra politiche nazionali e regionali dedicate alle Pmi al fine di aumentare l’impatto economico degli interventi, facendo sì che le Regioni adottino propri “Sba regionali” secondo le proprie peculiarità economiche;

 

2) diffondere la cultura della rete presso le piccole imprese attraverso le forme varie di aggregazione e la previsione di un “Contratto di rete europeo” sul modello italiano. Fare rete è in primis un’opportunità e una convenienza per una piccola impresa per modificare in positivo il proprio modello di business, trovando nella collaborazione un asset da giocare nei confronti del mercato globale, delle istituzioni finanziarie, per l’accesso all’innovazione. Sono (ancora solo) 150 le aziende italiane che hanno formalizzato 32 contratti di rete, ma già sono significativi gli obiettivi perseguiti nelle aggregazioni;

 

3) favorire l’utilizzo del capitale di rischio, in particolare, attraverso forme adeguate di venture capital per le piccole imprese di fascia alta, cosiddette “middle class”, fornendo un’alternativa credibile al capitale di debito e all’autofinanziamento finalizzati a investimenti produttivi.

 

Da un’analisi comparata con gli altri paesi europei effettuata dalla Commissione Europea, è infatti emerso che, mentre in relazione ad alcuni temi (ad esempio, capacità di imprenditività) il sistema delle Pmi italiano si colloca in posizioni di vertice, su altri fronti (“innovazione”: media Ue pari a 0,43, dato Italia pari a 0,22; “finanza”: media Ue 0,43, Italia ferma a 0,19; e “internazionalizzazione”: media Ue a 0,47, Italia a 0,20) permane un differenziale da recuperare. Si tratta di aree operative su cui potranno incidere anche adeguate riforme legislative (per citarne una, la riforma degli incentivi) su cui i cantieri sono aperti.