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Lavoro

DL ANTI-FRANCIA/ 1. Squinzi: ha ragione Tremonti, l'Italia va difesa

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che in Italia tante aziende hanno affrontato la crisi facendo sacrifici, mantenendo un’occupazione forse anche più elevata di quella che sarebbe stata giustificata nell’immediato. In Mapei, per esempio, non abbiamo fatto un’ora di cassa integrazione, né alcuna riduzione del personale: ci siamo comportati come se la crisi non ci fosse stata, facendo qualche sacrificio. Per tornare veramente a far crescere l’occupazione, bisogna che la ripresa aumenti di intensità. Sono convinto, però, che nella seconda parte dell’anno e sicuramente nel 2012-2013 dovremo vedere già qualche segnale positivo. Negli Usa, peraltro, negli ultimi due mesi si è avuta qualche indicazione in questa direzione. Speriamo, quindi, che ci siano altre conferme in futuro.

A preoccupare maggiormente è la disoccupazione giovanile. Qual è, secondo lei, il problema principale da risolvere in questo ambito? Molti puntano il dito sull’inadeguatezza del sistema dell’istruzione...

La crisi certamente non ha aiutato la situazione dei giovani, dato che si faceva già fatica a mantenere il posto di lavoro per quelli che ce l’avevano. Creare nuova occupazione per chi si affaccia ora sul mercato è piuttosto complicato, ma dobbiamo continuare a crederci. Detto questo, personalmente ritengo che la qualità della formazione in Italia, in modo particolare quella scolastica, non debba essere messa più di tanto sotto accusa: il gruppo Mapei è presente in oltre 50 nazioni e le assicuro che la qualità delle persone che escono dalle scuole e dalle università italiane è sicuramente competitiva rispetto a quella degli altri paesi. C’è, probabilmente, qualche rettifica da fare. In particolare, non credo che l’introduzione della laurea triennale abbia dato dei risultati straordinari. Sono, invece, piuttosto favorevole alla riforma Gelmini, che dovrebbe contribuire ulteriormente a migliorare il clima.

Ritiene allora che ci sia un problema da parte dei giovani, che magari si formano e studiano per lavori per i quali non c’è poi richiesta sul mercato?

Il fatto che i giovani siano un po’ disorientati fa forse parte di un clima generale del Paese, dove si è persa la voglia di soffrire, di intraprendere, di crescere. Mi ricordo la voglia che c’era negli anni ’50-’60, ho ancora in mente le fotografie che ritraevano mio padre insieme ai suoi sette dipendenti nel 1952 e la voglia di fare che c’era allora. Oggi siamo diventati un gruppo di settemila persone, perché ci abbiamo creduto e ci abbiamo sempre messo impegno. Bisogna credere in quello che si fa, investire su se stessi, pensare un po’ meno alle diversificazioni finanziarie e rimettere il manifatturiero al centro della nostra società. Non possiamo, infatti, dimenticare che l’Italia è, e deve rimanere, un Paese manifatturiero.

Cosa intende dire?

Un Paese come il nostro, che non ha materie prime, non ha fonti energetiche (e ha costi energetici più alti del 30% rispetto agli altri paesi), dove esiste un sistema di infrastrutture diventato ormai quasi fatiscente e, soprattutto, la più elevata complicazione burocratica e normativa tra i paesi sviluppati, deve per forza far ricorso alle energie degli imprenditori, di chi ha voglia di fare, di intraprendere. Non dobbiamo dimenticare che siamo il secondo Paese al mondo in termini di Pil manifatturiero pro-capite. Per questo non possiamo fare a meno del manifatturiero, ma anzi è fondamentale che portiamo avanti e coltiviamo questa nostra vocazione.

In un settore come il vostro, la ricerca svolge un ruolo importante. Secondo lei, nel nostro Paese è possibile fare ricerca?


COMMENTI
27/03/2011 - La Seconda guerra commerciale italo francese (fabio vitanza)

Basta andare nel tempio sacro del liberismo quale quello americano appunto e ci si accorge che lì esiste una commissione ad hoc, la Committee for foreign Investment in the United States (Cfius) che valuta la compatibilità dell'intervento con gli interessi e la sicurezza nazionale. In pratica in Italia si sta studiando la possibilità di creare questa commissione per evitare che soggetti stranieri controllino i nostri punti strategici quali la banda larga, e la rete energetica data appunto la loro rilevanza strategica. I critici potranno comunque affermare che si tratta pur sempre di norme che di fatto limitano la libertà di impresa, norme scorrette con l'effetto di scoraggiare gli investimenti esteri nel nostro territorio che tanto la nostra già debole economia abbisogna. saluti e complimenti per l'analisi