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Il welfare dei sussidi crea solo disoccupati

Quando il welfare diventa una trappola, invece che una via di fuga, allora vuol dire che è tempo di metterci mano. L’analisi di ALESSANDRO VENTURI

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

«Nulla verrebbe mai tentato, se prima si dovessero superare tutte le obiezioni» osservava Samuel Johnson. Tuttavia quando il welfare diventa una trappola, invece che una via di fuga, allora vuol dire che è tempo di metterci mano. Lo ha annunciato Obama parlando di Philantropic big bang e lo ha ripreso con forza David Cameron, annunciando una riforma del welfare che parte dalla Big Society. In Italia, questo sommovimento è sorretto dalla sussidiarietà, che affonda le proprie radici nella tradizione plurisecolare che fa del nostro paese un unicum a livello internazionale.

Quel welfare ideato dall’economista liberale William Beveridge non funziona granché. Costa troppo e non aiuta chi dovrebbe aiutare. Non si tratta di smantellare il sistema universalistico che ci contraddistingue, ma di prendere atto che un sistema incentrato sul drenaggio di risorse pubbliche disincentiva le opportunità e iberna i bisognosi in uno stato di dipendenza. È significativo il caso della “casalinga di Pavia”, che dopo una vincita milionaria al quiz televisivo condotto da Gerry Scotti, in una lettera al Corriere della Sera scriveva: «Preferisco dire che sono casalinga solo perché suona meglio che disoccupata, ma la casalinghitudine non fa per me. Sento che potrei dare qualcosa a questa società. Ma, fino ad oggi, non ne ho avuto l’occasione. O non me l’hanno data».

La questione è se il welfare debba essere giudicato in base al numero di persone che ci finiscono dentro o dal numero di quelli che riescono a uscirne. Inutile dire che la risposta corretta non può che essere la seconda. Sembrano maturi i tempi per considerare l’utilità dei servizi al lavoro, non più regolati da sistemi autoritativi o monopolistici, in funzione dei benefici che essi sono in grado di garantire ai cittadini e al sistema delle imprese. Il venir meno di posizioni monopolistiche quanto l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, ha stimolato lo sviluppo di partnership e l’attivazione di reti con soggetti che svolgono attività su mercati “contigui” (formazione, orientamento, consulenza alle imprese, ricerca e selezione del personale, ecc.), sfruttando fonti potenziali di economie di scala e garantendo un servizio più efficace all’utenza complessivamente considerata.