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Ma non sbagliano solo i lavoratori

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Il secondo snodo ha a che fare con la gestione imprenditoriale. È evidente a tutti che non è possibile addossare sul mercato del lavoro (inteso come regole, sindacati, ecc.) la sola responsabilità della scarsa produttività del nostro sistema industriale. Una buona responsabilità è in capo anche al sistema imprenditoriale che spesso cerca rifugio in investimenti in settori protetti dalla concorrenza, che è caratterizzato da un basso tasso di investimento in ricerca e sviluppo e che ha forti difficoltà a “fare rete” per permettere alle imprese di piccole dimensioni (la stragrande maggioranza nel nostro Paese) di affrontare con maggiore incisività le sfide poste dalla concorrenza internazionale.

 

Anche in questo, il caso Fiat è paradigmatico: il successo del modello tedesco da molti invocato in realtà non dipende tanto dal fatto che in Germania il costo del lavoro sia particolarmente basso, quanto dal fatto che l’industria tedesca dell’auto ha saputo investire negli anni in innovazione e qualità del prodotto fino a divenire il quasi monopolista nelle auto ad alto valore aggiunto. Si pensi che il margine dei profitti sui ricavi per la Fiat è inferiore al 2%, meno della metà di quello di Volkswagen e meno di un terzo di quello di Bmw. La prova del nove viene dalla Ferrari, marchio ad altissimo valore aggiunto che da solo conta per quasi il 30% del risultato operativo di Fiat auto, pur rappresentando solo il 6% del fatturato.

 

Producendo auto a basso valore aggiunto (quelle di categoria medio-piccola), Fiat si trova con un margine estremamente limitato dove il costo del lavoro diviene decisivo. La situazione di Fiat è in questo caso sostanzialmente figlia di scelte infelici fatte negli anni ‘80 e ‘90 che ora manifestano tutti i loro effetti avversi.