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LAVORO/ Ecco perché la piazza non risolve il dramma dei giovani precari

Sabato sono scesi in centinaia di piazze italiane alcune migliaia di giovani per denunciare il dramma della precarietà. Il commento di GIANCAMILLO PALMERINI

Una delle manifestazioni di sabato (Foto Ansa) Una delle manifestazioni di sabato (Foto Ansa)

Sabato sono scesi in centinaia di piazze italiane alcune migliaia di giovani per denunciare, secondo la loro prospettiva, il dramma della precarietà del lavoro in questo Paese. A leggere l’appello, tuttavia, sembra che il loro tempo non sia adesso, come viene enfaticamente affermato nel titolo. Si ha, infatti, la netta impressione che si legga il presente e si immagini il futuro con gli occhi rivolti al passato. Un passato che certamente non tornerà più.

>L’incertezza del proprio destino professionale diventa, infatti, precarietà di vita e disorientamento rispetto alle sfide del presente e di una società globale sempre più fluida e veloce in cui siamo chiamati a vivere. Nella dimensione del lavoro non si riescono, almeno nell’ottica dei promotori, a trovare le risposte a quelle aspettative che si ritiene siano state tradite da una classe dirigente economica, sindacale e politica incapace di farsi carico dei bisogni di una “generazione precaria”. La percezione di sé stessi è quella di essere cittadini di serie B, senza diritti, figli di un Dio minore, moderni schiavi di padroni delle ferriere globali.

Non c’è, tuttavia, nell’appello nessun passaggio in cui vengano avanzate proposte concrete per costruire un diverso e più moderno modello di società e di welfare che sappia mettere al centro la libertà responsabile della persona e la capacità sussidiaria delle comunità. Tantomeno vi si trova una riflessione sul senso del lavoro e sul contributo che ognuno di noi con la propria opera porta al progresso della collettività.