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Lavoro

IL CASO/ Il "giallo" del Ticino, tra disoccupati, frontalieri e il Bossi in salsa svizzera

Giuliano Bignasca festeggia il risultato delle elezioni in Canton Ticino (Foto Ansa)Giuliano Bignasca festeggia il risultato delle elezioni in Canton Ticino (Foto Ansa)

Bignasca ha costruito la sua fortuna politica attraverso un giornale domenicale che utilizza un registro satirico-gogliardico, a volte piuttosto greve, che tutti i ticinesi (salvo qualche parruccone un po’ farisaico legato alla vecchia partitocrazia “affaristica”) dopo vent’anni di Lega sanno interpretare. Perciò sanno fare il décalage tra le sue sparate guascone e la politica che i suoi uomini fanno nelle istituzioni, sostanzialmente ragionevole.

Resta da spiegare perché i ticinesi votino Lega, potendo intuire che c’è una buona dose di demagogia nel suo linguaggio politico. In due parole. La diseducazione (meglio: ineducazione) generale impera anche qui, come dappertutto in Europa. È proprio per questo che la grandissima maggioranza della gente, al di fuori di una piccola cerchia di addetti e di intellettuali, si disinteressa totalmente dei discorsi politici e, prima ancora, si è totalmente disaffezionata alla politica e al bene comune.

Forse per questo, Bignasca ha escogitato - anche per temperamento - l’espediente di urlare e usare un linguaggio colorito e pittoresco per riuscire a perforare un po’ l’indifferenza generale. Con il risultato, a volte, di ingigantire problemi (sicurezza, immigrazione) che, visti dall’Italia o dal resto dell’Europa, nella realtà del nostro pacifico benessere possono apparire (e sono)  “fastidi grassi”.

Comunque questo chiasso, associato a un gran fiuto tattico per la politica e a qualche sprazzo di autentico liberalismo (come, ad esempio, per la parità di trattamento tra pubblico e privato nella scuola), è quanto è bastato per sfondare diventando, in due decenni, la prima forza politica del Canton Ticino.

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