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È tutta italiana la vera via alla Big Society

David Cameron (Foto Ansa) David Cameron (Foto Ansa)

Attività come quelle di don Bosco che, alla fine dell’Ottocento, coinvolgevano migliaia di ragazzi emarginati e soli, rifiutati da ogni scuola (che oggi chiamiamo drop-out), non sarebbero possibili in un sistema come il nostro, pieno di controlli ex ante e incapace di valutare invece ex post l’efficienza e l’efficacia di un’opera; basti pensare, a titolo di esempio, all’infelice esperienza di Muhammed Yunus (Premio Nobel inventore del microcredito) che ha dovuto rinunciare ad aprire una filiale della Grameen Bank in Italia, a causa dei fiumi di regole e procedure che lo hanno bloccato ex ante. A questo punto occorre chiedersi se nel welfare contino di più le regole o la valorizzazione di tante attività volte ad accrescere il bene comune.

In questa chiave, molto importante può essere il ruolo del Cnel (dove i rappresentanti del non profit sono entrati nel 2001) per l’attenzione che il Presidente Marzano ha sempre posto verso il Terzo Settore e la Big Society (vedasi il suo intervento - ottobre 2010 - in occasione dell’insediamento dell’attuale Consigliatura) e per la possibilità che dal Cnel vengano proposte innovative su welfare e sull’economia sociale.

A ogni modo, senza una concezione positiva dell’uomo cui si contrappone l’attuale concezione dominante del “sospetto” secondo cui Homo homini lupus - e senza tensione ideale -, non si apre nessuna strada per costruire il bene comune. Ed è proprio questo anelito che è sotteso alla Big Society come alla sussidiarietà italiana, che rende possibile dire: “Più società fa bene allo Stato”. Stato che deve occuparsi del suo compito specifico: indirizzare e controllare, sempre teso a riconoscere tutto il positivo che c’è nella società civile.

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