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IDEE/ Quel “patto” alla tedesca per aiutare i giovani a trovare lavoro

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Tra le ragioni della precarietà c’è anche la lontananza dell’impresa dalla formazione. Quando mai abbiamo visto grandi aziende italiane investire nella formazione gli 8,5 milioni di euro (dati Eurostat) che la Ksb (pompe idrauliche a Frankenthal) ha investito in un anno nel proprio Land (denotando anche un livello di consapevolezza del beneficio sociale in tal modo esercitato dal mondo dell’impresa)? E ci meravigliamo se la disoccupazione giovanile in Germania è solo dell’8,3%?

Occorre allora un sistema formativo che, tutto assieme (Stato, imprese, sociale) guardi i giovani come risorsa e non come costo; che offra percorsi realistici, che aiuti a scelte consapevoli, senza inseguire o favorire le mode. In Germania il sistema duale ha funzionato e funziona (Oidel). Purtroppo da noi l’abbandono del doppio canale (frutto di patetici e innaturali incroci culturali del 2004) ha impedito e impedirà una seria riqualificazione degli indirizzi tecnici e professionali. Se poi si pensa che in Italia è impedito il pagamento del tirocinio, non dico a 16 anni, ma persino al termine dell’Università... Persino la legge sulla nuova formazione degli insegnanti lo stabilisce: anche il docente laureato farà il tirocinio senza nessun riconoscimento economico. Per non parlare degli stipendi percepiti dopo apprendistato o tirocinio: il primo stipendio alla tedesca Ksb, finito l’apprendistato a 19 anni, è di 2200 euro lordi al mese (dati Eurostat).

La nostra, con buona pace di propaganda e intellettuali, è una scuola gentiliano-marxiana: dove, di solito, alle medie il lavoro manuale è il traforo; dove non si suonano strumenti, ma si studia storia della musica; dove invece di portare studenti all’estero a parlare inglese si studia storia della letteratura inglese del ‘500; dove le 32 ore di prima e seconda Tecnico meccanico o agrario sono tutte di studio sui libri, senza più uno straccio di laboratorio. È così che si genera la dispersione, la fuga dalla scuola. Dispersione e fuga non certo risolte dal sistematico calo delle iscrizioni negli Istituti Tecnici e Professionali, con un Riordino del Secondo ciclo che non può certo invertire la tendenza, non essendo riuscito a ridare dignità a questi percorsi, avendo depauperato le specializzazioni e  fortemente ridotto i laboratori. I modelli cui guardare per risalire la china non sono Inghilterra e Stati Uniti, ma Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Finlandia, Norvegia, dove la disoccupazione giovanile è tutta sotto il 10% e dove si è fatto quadrato nel difendere i mestieri artigianali, le professioni tecniche.

Dove, nonostante tutto, si è salvaguardato un patrimonio tecnico, professionale e di sana cultura del lavoro? In quegli Istituti Tecnici e Professionali che non hanno ceduto alla liceizzazione o all’ottusità delle caste sindacali, ma che hanno cercato forme nuove di rapporti con le imprese, o dove ci si è arrangiati (tipico genio italico) a rinnovare i macchinari, cercando sponsor, facendo accordi con imprese straniere. Quanti sanno che Toyota ha sostenuto fior di Istituti Professionali della meccanica? Tutto questo è accaduto grazie a docenti o presidi che non sono scappati ai licei e si sono ingegnati a trovare aziende piccole o medie disposte a prendere i ragazzi in stage, mendicando ogni anno il “parco imprese”. Quanti sanno che le grandi fabbriche e banche italiane non prendono per scelta gli studenti in stage?

Oggi creare le condizioni per accompagnare e favorire la positiva transizione dei giovani dalla scuola al lavoro è divenuto un imperativo vitale: per i giovani stessi, per il loro equilibrio umano, prima ancora che per le aziende che ne hanno bisogno. Purtroppo gli ostacoli non sono pochi. La crisi socio-economica è senza precedenti nel dopoguerra, ma proprio ora serve investire nell’istruzione e formazione. L’irresponsabile rissosità politica toglie il fiato a ogni seria costruzione di soluzioni per il lavoro e lo sviluppo. La classe dirigente, poi, politica, economica, imprenditoriale e finanziaria e culturale è tra le peggiori del dopoguerra: “passista e passata” (come ha detto Bonanni).


COMMENTI
26/04/2011 - in germania anche gli imprenditori sono diversi (francesco taddei)

allora tutti quei giovani che protestano non hanno torto! chi glielo dice ai socialriformisti tremonti-sacconi-brunetta? in italia non c'è solo il problema della scarsa considerazione dell'istruzione professionale da parte degli studenti, ma anche delle imprese che con i contratti a tempo determinato sanno di guadagnare molto spendendo poco con la legge dalla loro parte, come nota bene l'autore dell'articolo. il bene comune non è di una sola parte!