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IDEE/ Quel “patto” alla tedesca per aiutare i giovani a trovare lavoro

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Ma De Rita ci ha “rimproverati”: rischiamo di rinunciare a desiderare novità, per noi, per le nostre comunità locali e professionali. Grandi uomini del nostro momento (Benedetto XVI, Giorgio Napolitano) ci sferzano a costruire, a rinnovare. In questa urgenza serve costruire assieme una positiva e seria cultura del lavoro (direi: un umanesimo del lavoro) e della formazione professionale. Tra le condizioni che possono favorire questa transizione ci potrebbero essere quelle offerte dalla riattivazione dell’apprendistato: per i giovani, che possono persino conseguire un titolo di studio, lavorando in azienda; per le imprese, che hanno l’opportunità di conoscere, formare e far crescere forza lavoro giovane, all’interno del perimetro aziendale. L’anomalia italiana è quella di ritenere normale che l’apprendistato non faccia parte del sistema educativo: resta diffusa l’opinione che l’apprendistato dei minori sia il luogo dove approdano quelli che hanno fallito la scuola, i demotivati, i disabili.

Da preside di un istituto professionale statale mi auguro proprio che finalmente in Italia possa avviarsi il canale formativo dell’apprendistato e ringrazio chi potrà farlo non a parole, ma imparando da Germania e Francia che l’hanno da decenni. Lì questo tipo di legislazione è un ottimo riferimento che funziona, così come l’alternanza scuola-lavoro che da noi è puro slogan da convegni.

Per l’apprendistato mi permetto di suggerire (dall’esperienza di troppi ragazzi persi) alcune condizioni indispensabili: non iniziare a 15 anni, a meno di introdurre una seria legge sull’alternanza formativa scuola-lavoro; inserire seri incentivi per le aziende; fare almeno il primo anno in collaborazione con le scuole e istituti professionali con almeno 300 ore; prevedere un “minimo salariale” con possibilità di contratti regionali e aziendali migliorativi; semplificare norme e competenze (il grande male italiano dell’accentramento e della confusione, questi sì sempre in crescita); spingere le imprese, specie quelle artigiane a legarsi (sponsorizzare, adottare) alle scuole del territorio, le quali debbono essere costrette ad accogliere loro rappresentanti; stabilire un termine d’età chiaro oltre il quale si avvii il contratto normale di lavoro.

La vera sfida alla fine è nel clima della comunità scolastica: la personalizzazione praticata come attenzione e accoglienza; il coinvolgimento personale di chi insegna; insegnamenti e attività legate all’esperienza reale; stage e attività integrative concepiti come funzionali al percorso educativo e formativo; un orientamento scolastico fatto di esperienza e incontri; una forte alleanza con le famiglie e con il sistema imprenditoriale locale.

Forse così anche Alessandro potrebbe tornare a scuola.

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COMMENTI
26/04/2011 - in germania anche gli imprenditori sono diversi (francesco taddei)

allora tutti quei giovani che protestano non hanno torto! chi glielo dice ai socialriformisti tremonti-sacconi-brunetta? in italia non c'è solo il problema della scarsa considerazione dell'istruzione professionale da parte degli studenti, ma anche delle imprese che con i contratti a tempo determinato sanno di guadagnare molto spendendo poco con la legge dalla loro parte, come nota bene l'autore dell'articolo. il bene comune non è di una sola parte!