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Lasciamo liberi i nostri imprenditori

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Lo Statuto delle Imprese (che nell’introduzione porta anche la frase di Einaudi che ho citato prima) mira alla creazione di un ambiente esterno in cui fare impresa sia gratificante o, quantomeno, non ostacolato da parte dello Stato e della pubblica amministrazione. Come? Innanzitutto attraverso il riconoscimento non solo economico, ma anche sociale, dell’impresa, del suo contributo essenziale al benessere generale; attraverso una visione positiva dell’imprenditore improntata alla fiducia e non a quel sospetto che ha determinato, per decenni, la legislazione italiana e che ha prodotto quei “lacci e laccioli” che oggi sono un freno insostenibile nella competizione globale. Per questo, nello Statuto, si rafforza il principio del silenzio assenso e della responsabilità sugli atti della pubblica amministrazione e si riduce fortemente la discrezionalità dell’apparato pubblico.

In secondo luogo, si intende invertire il paradigma che ha guidato le politiche per le imprese, passando dal paradigma secondo cui “quello che va bene alla grande impresa, va bene all’Italia” a “quello che va bene ai piccoli, va bene all’Italia”. Ciò non perché si è cultori del “piccolo è bello”, ma per realismo: piccolo è quello che c’è, e le piccole e medie imprese rappresentano il 99% del totale. Da qui discende anche il principio di proporzionalità delle norme, con oneri minori e tempi di adeguamento più lunghi per le piccole imprese; si interviene sulla normativa del fallimento per salvare l’indotto; si rendono più stringenti le norme sui tempi di pagamento e si allargano i poteri dell’Antitrust.

Con l’approvazione dello Statuto delle Imprese all’unanimità, dunque, la classe politica ha accettato la sfida, ha messo da parte quello scontro a priori che troppo spesso contraddistingue il dibattito politico e parlamentare e si è concentrata sulla crescita. In un clima politico in cui sembra possa esistere solo lo scontro, il Parlamento ha dimostrato di sapere essere unito per il bene del Paese. Succede di rado, ma accade di regola quando l’ottica con cui si affrontano i problemi e si costruiscono le soluzioni è la sussidiarietà. Perché anche nella politica economica occorre riconoscere il positivo che c’è, valorizzarlo e sostenerlo.