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IL CASO/ Il lavoro in crisi? Una "profezia" di 50 anni fa...

Giovanni XXIII (Foto Ansa) Giovanni XXIII (Foto Ansa)

Viene così ribadito (il già sottolineato dai suoi predecessori) principio dell’equità e giustizia sociale nella gestione e nella destinazione della ricchezza. Viene precisato: “La proprietà privata, anche dei mezzi strumentali, è un diritto naturale che lo Stato non può sopprimere. Ad essa è intrinseca una funzione sociale, e però un diritto che va esercitato a vantaggio proprio e a bene degli altri” (11). Da cui ne consegue che il capitale ha una duplice funzione: è un bene essenziale per la soddisfazione dei bisogni della persona, mentre la parte non destinata ai consumi deve essere investita per la creazione di posti di lavoro e per lo sviluppo economico della collettività.

Per postulare adeguatamente questi due obiettivi, è necessario che “il diritto di ogni uomo di usare quei beni per il suo sostentamento è in rapporto di priorità nei confronti di ogni altro diritto a contenuto economico; e però anche nei confronti del diritto di proprietà” (30). Il capitale, come ogni altro “talento”, deve essere “usato” rispettandone l’ontologia; esso, normalmente, nasce dal lavoro per la soddisfazione dei bisogni, proprio per questo, però la parte non consumata deve solidariamente ritornare a produrre lavoro.

Una delle preoccupazioni di Pio XI e che Giovanni XXIII fa propria è questa: il libero mercato era stato sostituito dal capitalismo meramente finanziario, il quale iniziava a mutare radicalmente i rapporti socio-economici trasformando la libera concorrenza nell’impari lotta del pesce più grande che “deve” mangiare il pesce più piccolo e sostituendo la congrua remunerazione dei fattori produttivi intervenuti nelle produzioni, con la possibilità di “scommesse” di tipo finanziario sempre più lucrose e spesso anche slegate dalle reali produzioni di beni e di servizi; per cui sempre più si viene ad assistere al capitale che “deve” produrre altro capitale anche a discapito del lavoro, proponendo così il dominante principio del capitalismo finanziario secondo il quale il capitale è primario rispetto al lavoro.

Riprendendo le stesse parole della Quadragesimo anno Giovanni XIII scrive: “La libera concorrenza, in virtù di una dialettica ad essa intrinseca, aveva finito per distruggere se stessa o quasi; aveva portato una grande concentrazione della ricchezza e all’accumularsi altresì di un potere economico enorme in mano di pochi e ‘questi spesso neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento’. Pertanto, come osserva con perspicacia il sommo Pontefice (Pio XI), ‘alla libertà di mercato è sottentrata l’egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele’, determinando l’asservimento dei poteri pubblici agli interessi di gruppo e sfociando nell’imperialismo internazionale del denaro”. (23; 24).


COMMENTI
19/05/2011 - l'albero e i suoi frutti (MAURIZIO BORGHI)

E'l'esatto contrario di quello che viene insegnato in tutte le Università (anche quella Cattolica) nelle facolta di Economia. Nessuno ascolta più ciò che la Chiesa ha da dire all'uomo sull'uomo e così "tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele". Se almeno si imparasse tutti quanti che dai frutti si riconosce l'albero....