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IL CASO/ Il lavoro in crisi? Una "profezia" di 50 anni fa...

Giovanni XXIII (Foto Ansa) Giovanni XXIII (Foto Ansa)

Le assemblee societarie - così come osserva Galbraith - saranno destinate a celebrare “riti vuoti”, perché il capitale estremamente frazionato normalmente le diserta e quando è presente non è in grado di “concentrarsi” per incidere. Si ha così, per molti aspetti, il cambiamento della stessa natura dell’impresa. Essa non è più il luogo privilegiato per la produzione di beni e servizi ove capitale e lavoro si incontrano per perseguire insieme obiettivi di sviluppo sociale; l’impresa ora è divenuta una sorta di prodotto finanziario su cui “giocare” e “scommettere”. Essa “vale” perché può far crescere l’investimento, altrimenti il rentier l’abbandona e va a “giocare” e “scommettere” altrove.

Giovanni XXIII auspica che nel mondo economico in generale e in quello delle imprese in particolare debbano essere presenti comportamenti giusti, rispettosi delle leggi, ma soprattutto ispirati all’equità. Il rispetto dell’equità permetterà di costruire strutture e di instaurare rapporti produttivi sempre più conformi alla dignità dell’uomo “non solo nella distribuzione della ricchezza, ma anche in ordine alle strutture delle imprese in cui si svolge l’attività produttiva” (69). Proprio a questo fine, nelle imprese “deve essere offerta la possibilità di temperare il contratto di lavoro con il contratto di società” (71).

Nel riportarsi, con questa espressione, al Radiomessaggio di Pio XII (del 1° settembre 1944), Giovanni XXIII intende richiamare anche quanto, ancora prima, era stato affermato da Pio XI nella Quadragesimo anno e che egli aveva già richiamato nella Mater et Magistra quando scriveva: “In questa materia, chiaramente indica il nostro predecessore, nelle presenti condizioni è opportuno temperare il contratto di lavoro con elementi desunti dal contratto di società, in maniera che ‘gli operai diventino cointeressati o nella proprietà o nell’amministrazione o compartecipi in certa misura dei lucri percepiti’” (20).

 

(1 - continua)

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COMMENTI
19/05/2011 - l'albero e i suoi frutti (MAURIZIO BORGHI)

E'l'esatto contrario di quello che viene insegnato in tutte le Università (anche quella Cattolica) nelle facolta di Economia. Nessuno ascolta più ciò che la Chiesa ha da dire all'uomo sull'uomo e così "tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele". Se almeno si imparasse tutti quanti che dai frutti si riconosce l'albero....