BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ C'è una riforma a costo zero che aiuta chi perde il lavoro

Un operaio Indesit al lavoro (Foto Imagoeconomica) Un operaio Indesit al lavoro (Foto Imagoeconomica)

I vantaggi di un tale approccio non sono solo quelli evidenti per i lavoratori, il territorio e le casse statali (minor permanenza in cassa integrazione del lavoratore e sostegno indiretto ai consumi interni), ma anche per l’azienda stessa che si ristruttura: oltre ai benefici legati al ritorno reputazionale per la responsabilità sociale dimostrata, ve ne sono altri di natura industriale (riduzione della conflittualità con le parti sociali significa maggior rapidità nella realizzazione del proprio piano industriale e dunque maggiore competitività) ed economico-finanziaria (ad esempio, con il taglio dei contributi alla mobilità rateizzati a carico dell’azienda quando è l’azienda stessa a ricollocare il lavoratore in uscita). Alla fine, le maggiori risorse messe in campo per ricollocamento e reindustrializzazione rispetto a una vertenza “tradizionale” vengono compensate, anche economicamente, da questi ritorni.

Certamente, non tutte le aziende, soprattutto quelle di dimensioni medio-piccole, hanno la forza per intraprendere un percorso così innovativo: e qui, a mio avviso, deve intervenire il legislatore incentivando in modo più energico e puntuale l’impegno dell’azienda in tal senso. Se la coperta delle risorse pubbliche, manco a dirlo, fosse corta e si dovesse ragionare a importi costanti destinati alle politiche passive e attive per il lavoro, meglio sarebbe togliere qualcosa alla copertura delle spese per la cassa integrazione e metterlo sulle politiche attive inducendo in modo incisivo, se non obbligando (come accade in Francia e in altri paesi europei che non prevedono la cassa integrazione), l’azienda a ripristinare entro un determinato periodo di tempo i posti di lavoro tagliati, facendosi parte attiva nel ricollocamento e nell’eventuale reindustrializzazione delle aree dismesse.

È chiaro, infatti, che tale ribaltamento di prospettiva non può essere sopportato in toto dalle aziende che, nella maggior parte dei casi, ristrutturano perché sono in crisi finanziaria, anche se oggi le ristrutturazioni diventano la norma anche per aziende in salute che vogliono rimanere flessibili e competitive a fronte dei sempre più frequenti cambiamenti delle caratteristiche del mercato e dei settori in cui operano. Dunque, servono doti di reimpiego erogate dalla pubblica amministrazione in parte a risultato ottenuto, non solo a favore del lavoratore, ma anche direttamente a favore dell’azienda che ristruttura o dell’azienda che assume lavoratori da situazioni di riassetto organizzativo.

Se bilanciata da una riduzione della cassa integrazione, sarebbe una riforma a costo zero ma di portata innanzitutto culturale rivoluzionaria: riconoscerebbe fattivamente al lavoro, e non solo al suo risvolto economico, la sua dignità e la sua funzione indispensabile allo sviluppo della persona.

Un’ultima notazione riguarda la formazione per la riqualificazione professionale: dai dati aggiornati al gennaio 2011, in Italia si presenta il paradosso che, a fronte di oltre 400mila lavoratori formalmente occupati, ma a rischio di perdita del lavoro perché in aziende in crisi incancrenite (oltre ai più di 2 milioni di disoccupati), abbiamo poco meno di 150mila posti di lavoro vacanti che le aziende offrono e non riescono a reperire.


COMMENTI
03/05/2011 - subito! (francesco taddei)

visto che i sindacati hanno un atteggiamento favorevole perchè non cominciare subito? quali impedimenti ci sono?