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Lavoro

LAVORO/ Le "regole d’oro" per riempire la busta paga

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Un altro momento essenziale che l’enciclica riserva al rapporto tra capitale e lavoro è quello relativo alla retribuzione che spetta ai dipendenti. Giovanni XXIII, allacciandosi in particolare alle affermazione contenute nella Quadragesimo anno, in via preliminare intende evidenziare che l’aspettativa dei lavoratori a partecipare attivamente alla vita delle imprese è da reputarsi del tutto legittima anche se “non è possibile predeterminarne i modi e i gradi” una volta per tutte, ma “ in ogni caso, si deve tendere a che l’impresa divenga una comunità di persone nelle relazioni, nelle funzioni e nelle posizioni di tutti i suoi soggetti” (78).

Il faro dell’attenzione è così rivolto alle relazioni, alle funzioni e alle posizioni che debbono essere tali da instaurare nell’impresa una “comunità di solidarietà” e non un perenne conflitto di interessi così come, anche se con considerazioni diverse, alimentano l’egoismo capitalistico e lo spersonalizzante marxismo. A questo fine Giovanni XXIII avverte la necessità che il potere aziendale sia detenuto oltre che dai “portatori di capitali o di chi ne rappresenta gli interessi” anche dai “lavoratori o coloro che ne rappresentano i diritti, le esigenze, le aspirazioni”(78). E questo viene affermato alla luce del primato del lavoro sul capitale (principio che sarà successivamente puntualizzato nelle encicliche sociali del Beato Giovanni Paolo II) là ove si afferma: “Il carattere preminente del lavoro quale espressione immediata della persona nei confronti del capitale, bene di sua natura strumentale” (94).

Tutto questo giunge sino ad alcune considerazioni sempre più puntuali. La remunerazione dei lavoratori deve anche aver “riguardo al loro effettivo apporto nella produzione e alle condizioni economiche delle imprese; alle esigenze del bene comune” (58), anche perché “la ricchezza economica di un popolo non è data soltanto dall’abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro reale ed efficace ridistribuzione secondo giustizia a garanzia dello sviluppo personale dei membri della società” (62).

Nel punto successivo, Giovanni XXIII effettua una considerazione illuminante che, sotto il profilo degli studi di economia aziendale, risulta foriera di solidi spunti per una revisione del potere e dei modelli aziendali. Egli afferma “Non possiamo qui non accennare al fatto che oggi in molte economie le imprese di medie e grandi proporzioni realizzano, e non di rado, rapidi ed ingenti sviluppi produttivi attraverso l’autofinanziamento. In tali casi riteniamo poter affermare che ai lavoratori venga riconosciuto un titolo di credito nei confronti delle imprese in cui operano” (62) e, quindi, riproponendo integralmente le parole di Pio XI afferma: “È del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è affatto ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa negando l’efficacia dell’altro” (63).


COMMENTI
20/05/2011 - Belle parole ma non bastano (Vittorio Cionini)

L'articolo è molto bello, così come le soluzioni proposte. Ma sono un piccolo imprenditore pienamente a conoscenza delle normative e degli aspetti economici connessi con il lavoro dipendente. Mi sono ormai convinto da tempo che in Europa e in particolare in Italia si siano create le condizioni per cui non è possibile creare un qualsiasi posto di lavoro (dall'operaio al dirigente) che possa produrre un profitto anche minimo, nel rispetto di tutte le normative vigenti. Le eccezioni, se esistono, sono marginali e di breve durata e andrebbero sempre depurate dalle alchimie finanziarie. Se non si esce da quasta situazione non ci sono speranze, si allunga solo l'agonia. Vittorio Cionini

 
20/05/2011 - I nostri giovani hanno perso già troppo tempo! (Silvano Rucci)

Evidentemente non ci vuole molto per capire che, così come si può dividere il pane quotidiano allo stesso modo si può dividere ogni giorno anche il lavoro esistente! La mia proposta è quella di far partecipare tutti al poco lavoro oggi esistente, per poi poter dividere la torta fra tutti gli aventi diritto, così come ogni giorno respiriamo tutti l’aria che Dio Padre ci dona per vivere in “PACE”, su questa terra che ci appartiene! Con le attuali regole sul lavoro ed il relativo pensionamento come faranno le future famiglie di questi giovani a dimostrare che alla fine avranno diritto a percepire una pensione, pur non avendo versato alcun contributo? “Questi nostri giovani, finendo col vivere divisi rispetto al frutto del proprio lavoro ed al proprio progetto di vita diventano una generazione a cui è preclusa ogni speranza”! Per i giovani di questi ultimi venti anni, si è già perso troppo tempo!

 
20/05/2011 - la forza del giusto (francesco scifo)

Questo articolo è veramente impregnato di soluzioni valide per il mondo del lavoro ed, in ultimo, per la società. Vorrei ricordare, in merito alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e alla partecipazione agli utili dell'impresa,l'art. 46 della Costituzione Italiana. La nostra Carta è certo laica, ma è il prodotto della nostra cultura cattolica ed è bello vedere in parallelo che essa sui temi trattati in questo articolo dice:"la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla leggi, alla gestione delle aziende. Prendiamo spunto da questo anniversario commentato nell'articolo per chiedere tutti l'attuazione di questa norma costituzionale mai applicata.