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Lavoro

IL CASO/ 2. Quel vento dell’Asia che porta crescita e lavoro

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Molti esperti non esitano a definire il XXI secolo come “il secolo dell’Asia”. La sfida che oggi affrontano i paesi asiatici è quella della transizione da un’economia fortemente basata sull’impresa familiare a un modello economico sempre più incentrato sulla libera impresa e lo sviluppo integrale dell’uomo. I paesi del continente asiatico non solo sono usciti indenni dalla crisi finanziaria che ha piegato le economie occidentali, ma hanno sperimentato un vero e proprio boom legato all’avvio di un processo di riforma del mercato interno.

I primi a modificare il loro assetto per attrarre capitali esteri sono stati Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud, seguiti da Cina e India, che hanno intensificato le attività connesse all’export, aprendo il mercato interno, migliorando il loro sistema legale e mantenendo la regolamentazione a un livello ragionevole. Infine, anche la Thailandia, la Malesia e l’Indonesia hanno seguito il loro esempio. Ne è derivato un dirompente sviluppo economico che ha portato con sé una forte riduzione della miseria. Il Pil dei paesi asiatici è cresciuto mediamente ogni anno di circa l’8 %.

Il mondo imprenditoriale occidentale ha già compreso la grande opportunità rappresentata dall’apertura dei nuovi mercati. Quella che non è stata messa a fuoco è la lezione che arriva dal Giappone. “Anziché creare la dipendenza da uno Stato assistenziale, criticato anche nella Dottrina sociale della Chiesa, queste nazioni hanno cercato di realizzare un sistema sociale basato sulla famiglia e orientato verso una rete internazionale di scambi”, ha spiegato Kishore Jayabalan, direttore dell’Istituto Acton di Roma. “I paesi asiatici, forse perché erano più poveri, non avevano le risorse per finanziare il cosiddetto welfare state”, che in Occidente ha prodotto livelli altissimi di debito: un problema che va peggiorando in paesi che invecchiano.

Da tutto questo si intuisce un qualcosa di inequivocabile: un sistema sociale basato sulla famiglia è per se stesso frammentato, ma, al suo interno, l’esperienza del lavoro è vissuta non come luogo del conflitto e della lotta di classe, ma come opportunità per l’uomo, verso se stesso e verso gli altri, innanzitutto per il soggetto più prossimo: la famiglia. I numeri impressionanti che arrivano dai paesi asiatici ci testimoniano il grande impegno e la grande responsabilità che viene dal mondo del lavoro.


COMMENTI
01/06/2011 - Povertà in Asia (Lorenz Lopez)

Interessante come gli autori dell'articolo propagandino un modello economico dove al primo posto nella scala dei valori c'è il PIL e il Reddito. Ma si rendono conto che il futuro non è qui ? Certo, probabilmente in Cina, ad esempio, la povertà (intesa come reddito basso) è diminuita ma possiamo con questo affermare che la qualità di vita è aumentata ? Si, per qualche nuovo milionario cinese è senz'altro aumentata ma chiedetelo a chi lavora con turni masacranti nelle fabbriche e nei laboratori ! Sul discorso del welfare poi non ho dati per esprimere giudizi definitivi ma prima di buttare il nostro sistema di protezione sociale mi chiederei perchè negli USA si sta facendo marcia indietro rispetto ad un modello troppo liberistico. Certo promuovere la famiglia come centrale in un sistema socioculturale è lodevole ma non significa essere classisti se si afferma che lasciando tutto alla società civile spesso se ne avvantaggiano quelli che hanno già mezzi adeguati per sopravvivere, e i poveri rimangono sempre più poveri e meno protetti. Questo è il grande rischio della sussidiarietà malamente intesa.