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Lavoro

L’impresa globale deve produrre dei veri talenti

Il manager globale, spiega EDOARDO STAITI, è colui che a prescindere dalle sue origini, che non rinnega, mette tutte le sue qualità al servizio della corporation

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Secondo T. Levitt, la catena della globalizzazione si snoda sul seguente percorso: evoluzione della tecnologia; omogeneizzazione della domanda; standardizzazione dei processi produttivi e dei prodotti; passaggio da mercati nazionali a mercati globali; sviluppo di una concorrenza globale.

Questo percorso porta, logicamente, le imprese verso gestioni globali, ovvero a considerare il mondo come un mercato unico per il quale trovare strategie comuni. È vero, inoltre, che oggi noi viviamo in una società che genera un surplus di informazioni, con la presenza di prodotti simili, di persone con background d’istruzione simili, con clienti simili e molte altre uguaglianze.

Quindi, se ciò è vero, diventa sempre più importante, per aumentare il vantaggio competitivo, che un’ impresa sia percepita come differente dai clienti, ma anche dai potenziali talenti che possono scegliere di lavorarvi. Però, se i fattori tangibili sono simili, la differenza va costruita e gestita maggiormente sui valori intangibili.

Nel marketing e nella comunicazione esiste ovviamente una realtà oggettiva, ma secondo quanto appena affermato, esiste anche, ed è fondamentale, una realtà percepita dagli interlocutori di impresa e se questa non è strategicamente gestita può portare a risultati deludenti. Le percezioni rispetto a un’impresa riguardano: il brand, (employer brand per quanto riguarda le risorse umane), le risorse umane, la responsabilità sociale, la sostenibilità.

L’impresa veramente globale è quindi quella che produce, ricerca, assume talenti e comunica a prescindere dal suo Paese d’origine, rinunciando a caratteristiche etnocentriche. I piani di sviluppo tradizionali delle multinazionali (ovvero esportare nel mondo le strategie di successo sperimentate sui mercati nazionali) non sono più attuali. Infatti, è ormai consolidata la raccomandazione che l’impresa debba “pescare” nelle “untapped pockets” del mondo, prodotti, talenti e peculiarità che dalla periferia possano essere esportati al centro (casa madre) e da lì, dopo l’adozione, essere riesportati come valori globali.

Per quanto riguarda le risorse umane, un esempio calzante può essere il Gruppo Lafarge (leader nei materiali da costruzione). È un’impresa francese d’origine, ma che attraverso una strategia di acquisizioni nel mondo è divenuta impresa globale, dove ormai i manager francesi non sono più del 20%. Tom Peters, in una sua presentazione del 2006 intitolata “Different or dead”, afferma: “Hire crazies” e “Hire for attitude and train for skills”. Il manager globale è colui che a prescindere dalle sue origini, che non rinnega, mette tutte le sue qualità intrinseche, estrinseche, creative e innovative al servizio della corporation, sposa e crede nella “corporate culture”, come l’elemento collante e principale cui fare riferimento.