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Lavoro

IL CASO/ Le scuole "buone" che aiutano a trovare un lavoro

Le scuole medie, spiega GIANNI ZEN, sono essenziali ai fini della scoperta dei propri talenti, dei primi barlumi di passioni e domande “vocazionali”

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Mentre ci avviamo alla conclusione dell’anno scolastico, può essere utile una riflessione sull’orientamento. Tutti i percorsi scolastici sono positivi se riescono a far maturare negli studenti scelte responsabili e finalizzate al successo scolastico e di progetto di vita.

Questa convinzione, frutto di constatazione prima che di giudizio di valore, è il risultato del ripensamento complessivo del nostro mondo della scuola, il quale, sinora, ha patito una sorta di diffuso pregiudizio, legato, in particolare, alla formazione a suo tempo ricevuta dai docenti delle scuole medie inferiori incaricati dell’orientamento e quindi delle scelte degli studenti sugli indirizzi di scuola superiore: gli studenti bravi ai Licei, i meno bravi ai Tecnici e quelli inclini all’operatività o problematici sul piano cognitivo ai Professionali o ai Centri di formazione professionale (Cfp) [].

Ci si sta convincendo, invece, forse a seguito del grande rilievo della teoria di Gardner sulle “intelligenze multiple” o quella di Morin sulla “testa ben fatta” [], o, forse, per i semplici dati dell’esperienza formativa, che ogni studente è chiamato a riconoscere e sviluppare i propri “talenti”, seguendo percorsi di studio funzionali a questa scoperta-azione come personale ricerca di senso o gusto del vivere, cioè della classica “felicità”.

Questa la vera sfida dell’orientamento, cioè la scoperta del sé e la sua mediazione verso un mondo esterno che chiede altrettanta significatività: è dall’incontro del sé con la complessità del mondo che matura la ricerca, poi, degli sbocchi di un “lavoro” o di modelli creativi di possibile “occupazione” capaci di dare gusto e risposta a bisogni e domande individuali.

Mentre anche nel recente passato si pensava che solo il pensiero astratto, teorico, fosse funzionale a questa scoperta del sé nella complessità di professionalità ad alto potenziale cognitivo, ora invece sappiamo che noi tutti dobbiamo accompagnare i giovani d’oggi, anche con l’utilizzo di “uscite laterali”, alla scoperta di un proprio ruolo sociale e occupazionale.

Prendendo a prestito, ad esempio, il modello svizzero, tutti i giovani dovrebbero essere valutati in ordine al livello di riconoscimento delle proprie attitudini, con specifiche esperienze laboratoriali, e solo successivamente, una volta espresse specifiche domande di ulteriorità formativa, indirizzati/orientati verso scelte “generaliste” che hanno come sbocco principale l’opzione universitaria.

Seguendo questa scansione in progress, aiuteremmo davvero i nostri studenti a prevenire sconfitte, illusioni, diverse forme di dispersione o di scelta di studi senza possibilità di futuro: prevenire, in poche parole, il rischio della precarietà e di una flessibilità post-moderna non più agganciata al mito del “posto fisso”, soprattutto nella pubblica amministrazione.

Il che non significa che in una “società della conoscenza” tocchi solo a pochi “l’apprendimento lungo l’arco di tutta una vita”. Questo è un imperativo che non può non valere per tutti, al di là di ruoli più o meno socialmente riconosciuti. Allora si comprenderà che tutte le scuole sono buone se “fatte bene”, cioè se protese a far maturare nei giovani la ricerca di un proprio “progetto di vita”.

[1] Le considerazioni qui presentate non sono di carattere storico-genetico, ma cercano di leggere in controluce l’attuale situazione degli indirizzi di studio attivi nel nostro contesto storico, nel momento di maggiore svolta riformista dal 1923 per i Licei e dal 1931 per gli Istituti Tecnici.

[2] Cfr., tra le diverse opere, H.Gardner, Sapere per comprendere, Milano 2001; Id., Educazione e sviluppo della mente, Trento 2005; E. Morin, La testa ben fatta, Milano, 2000; Id., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, 2001.