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MANOVRE/ Così Marchionne e Fiom sfidano ancora Confindustria e sindacati

L’accordo raggiunto tra Confindustria e sindacati rappresenta un passo importante per l’Italia. La prova del fuoco, spiega STEFANO CINGOLANI, si avrà comunque attraverso Fiat

Emma Marcegaglia, Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Susanna Camusso dopo la firma dell'accordo (Foto Ansa) Emma Marcegaglia, Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Susanna Camusso dopo la firma dell'accordo (Foto Ansa)

Nel 2006 il sindacato della Volkswagen accettò di aumentare l’orario settimanale a 33 ore per gli operai, 34 per impiegati e manager, a parità di salario. Faceva seguito a una serie di accordi aperti da quello tra Siemens e IG-Metal nel 2004, che determinarono una svolta nel modello di relazioni industriali.

La recessione ha reso quelle regole ancor più dure: tre turni produttivi su 24 ore nel 2009, lavoro al sabato mattina nel 2010. Sempre senza un euro in più. Nel febbraio di quest’anno a Wolfsburg, la città fabbrica che i nazisti avevano chiamato “Forza attraverso la gioia”, Bernd Osterloch, capo della commissione interna, e l’amministratore delegato, Martin Winterkorn, seduti faccia a faccia, hanno concordato un aumento salariale del 3,45 con una tantum di 500 euro, che si aggiunge al bonus pari alla decima parte dei profitti concordato già lo scorso anno.

Il colosso dell’auto va a gonfie vele, ha saputo approfittare al massimo della domanda asiatica, ha scommesso tra i primi sulla Cina e adesso è tra i primi tre con Toyota e General Motors. Ma non c’è dubbio che ha dato un contributo importante anche l’atteggiamento dei sindacati i quali considerano la forza lavoro una variabile dipendente, non tanto del profitto, ma del mercato e delle condizioni di salute dell’impresa nella quale lavorano.

Una comunità non armoniosa come la voleva Adriano Olivetti, bensì divisa da interessi forti, di classe; eppure una barca nella quale tutti debbono remare nello stesso senso. È questo il significato di avere un consiglio di gestione e un consiglio di sorveglianza nel quale siedono sia i rappresentanti dei lavoratori, sia gli azionisti, il lavoro e il capitale. Così opera il modello tedesco.

Potrà mai assomigliare a esso il sistema italiano di relazioni industriali? Certo che no. Eppure da quel modello, da quel che funziona in esso, sindacati e imprenditori italiani possono imparare molto. Che cosa?

Il quadro istituzionale è totalmente diverso. Un sindacato unico in Germania e socialdemocratico, anche se con nessuna voglia di far politica, molti sindacati in Italia apparentati con partiti diversi; di là la cogestione come scelta strategica (fino a sedere nei consigli di grandi imprese), di qua il conflitto e la competizione; oltr’Alpe una contrattazione ciclica (dunque più orari, licenziamenti e meno salari negli anni delle vacche magre, il contrario quando le vacche ingrassano), in Italia una storica tendenza alla rigidità nel salario, nell’orario e nell’impiego, basata sulla convinzione che ciò garantisca tenuta sociale, stabilità economica e politica.

Insomma, il fattore lavoro, la classe operaia, come variabile indipendente, teoria che nasce nella cultura di sinistra (soprattutto radical-socialista e gauchiste), trova sponda anche a destra, come dimostra la difesa a oltranza della cassa integrazione quale strumento principe per affrontare la recessione.