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INDAGINE/ Il patto "segreto" che rilancia imprese e lavoro

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Se così fosse, ciò significherebbe per imprenditori e lavoratori mettere a fuoco e partecipare di alcuni valori di fondo, riconoscere maggiormente le dimensioni della “complicità” e della “reciprocità”, quali la valorizzazione del merito e la promozione di eque opportunità, il valore sociale dell’intraprendere e il rispetto della legalità, la compartecipazione all’innovazione e ai rischi del fare impresa, la considerazione delle professionalità e della promozione del capitale umano, e così via. Senza per questo disconoscere l’esistenza di una distinzione dei ruoli e delle responsabilità, nel riconoscimento e nel rispetto dei reciproci interessi. Insomma, affermare i valori della co-responsabilità e dell’imprenditività nel Lavoro.

In altri termini, muta radicalmente il quadro della competizione internazionale e gli schemi tradizionali dei rapporti fra capitale e lavoro rischiano l’inefficacia (posto che per la particolarità del sistema produttivo italiano, caratterizzato da un sistema imprenditoriale diffuso e di Pmi, questi abbiano mai rappresentato un criterio di analisi estendibile in modo universale). Nuove regole e un nuovo progetto devono essere scritti, pena un lento, ma inesorabile declino economico di fronte ai processi di internazionalizzazione produttiva.

La ricerca realizzata sui lavoratori in Italia, di cui riportiamo una sintesi dei risultati [], ha cercato di sondare, se e in che misura, la prospettiva di prefigurare una nuova “reciprocità” trovasse all’interno del mondo del lavoro un terreno disponibile ad accoglierla. Com’era facile attendere, emerge un’immagine articolata, sicuramente dinamica e - per molti versi - diversa da un immaginario legato ancora al lavoratore della fabbrica di stampo fordista.

Va sottolineato, inoltre, che la ricerca - realizzata mediante un sondaggio su un campione di lavoratori dipendenti dei diversi settori economici in Italia [] - è avvenuta in una fase particolarmente critica per l’occupazione come quella attuale. Di più, fra gli interpellati si sono considerati non solo i lavoratori dipendenti classicamente intesi (quelli con un contratto di lavoro a tempo indeterminato), ma anche quanti hanno collaborazioni determinate, collaboratori a progetto e così via. Inoltre, si è cercato di individuare, attraverso opportune domande filtro, anche quella parte di “impropri” lavoratori autonomi, ovvero quanti - pur essendo titolari di una partita Iva, ma avendo non più di tre committenti - di fatto siano assimilabili a un lavoratore dipendente.

 

[2] Gli esiti completi della ricerca, promossa dalla Piccola Industria di Confindustria e coordinata dal Centro Studi di Confidustria, sono contenuti in D. Marini, Lavoratori imprenditivi: una nuova reciprocità tra lavoro e impresa, in G. Nardozzi e L. Paolazzi (a cura di), Costruire il futuro. PMI protagoniste: sfide e strategie, Roma, SIPI, 2011.

[3] La popolazione oggetto di campionamento è costituita dalla popolazione residente in Italia con età maggiore o uguale a 15 anni, in posizione lavorativa dipendente o assimilabile. Il campione ammonta a 1.025 unità. Gli intervistati sono stati estratti fra gli elenchi telefonici di telefonia fissa. Il campione è stato ripartito per regione, genere, età. Al fine di uniformare il campione ai dati Istat (2009) sull’universo di riferimento, le eventuali distorsioni sono state bilanciate in fase di elaborazione post-rilevazione attraverso procedure di ponderazione che hanno tenuto in considerazione le variabili di stratificazione campionaria sopra citate. Le interviste sono state realizzate telefonicamente con il sistema C.A.T.I. (Computer Assisted Telephone Interviewing), nel periodo 17-25 gennaio 2011, dalla società di rilevazione Demetra, per conto di Demos&Pi. La ricerca è stata promossa dalla Piccola Industria di Confindustria. Daniele Marini ha impostato e diretto la ricerca.