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IL CASO/ 2. Quando cuochi ed elettricisti danno lezione di lavoro

Cresce in Italia il fenomeno dei ragazzi che non lavorano né studiano. STEFANO GIORGI ci parla di un’esperienza che, seppur piccola, cerca di rispondere a questa crisi

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Insegnamento, orientamento, formazione, lavoro: sono gli elementi essenziali per il futuro di un paese. Come ricordava nel suo articolo Luca Valsecchi, fanno impressione i numeri Istat: sono 2.242.000 i giovani italiani in condizione di assoluta precarietà, non lavorano né studiano, gli “sfiduciati”(come li ha definiti Repubblica). Fenomeno tragicamente in crescita: nel 2010 sono aumentati di 134.000 unità.

Eppure, anche se goccia nel mare, sono presenti scampoli di ripresa e novità: il recente Rapporto sulla Sussidiarietà 2010 “Sussidiarietà e... Istruzione e Formazione Professionale” ha fatto luce su un mondo in cui il 70% dei ragazzi intervistati che ha frequentato un Istituto professionale si dice soddisfatto del percorso compiuto. Ancora più grande è il risultato nei Centri di formazione professionale: solo il 4,5 % si dice insoddisfatto.

Il Centro di formazione professionale In-presa di Carate Brianza è una di queste realtà. Nato sei anni fa sull’esperienza di accoglienza, orientamento e introduzione al lavoro per ragazzi in condizione di disagio dell’Associazione In-presa di Emilia Vergani (Assistente sociale fondatrice dell’opera), prepara ogni anno 50 giovani aiuto cuochi e 10 manutentori elettrici - tali sono gli studenti che fanno l’esame di terza - a entrare in modo definitivo e sicuro nel mondo del lavoro.

È la proposta di un cammino di conoscenza fatto di aula, laboratorio, stage guidato dall’alleanza adulta di insegnanti, tutor e imprenditori: una mano salda (come soleva ripetere la fondatrice ai suoi primi ragazzi in affido: “Stai tranquillo, la tua ansia non mi manda in crisi; io sono salda qui, in un terreno più saldo di quello dove sei tu. Se ti attacchi, ti tiro dalla mia parte”) mossa da una passione per l’umano senza confini, per quell’umano - i ragazzi - che tante volte teme di essere senza futuro.

Una passione contagiosa: “Divisa pulita e in ordine. Entro in cucina, il quadro prende vita: un tagliere, un trinciante, uno spelucchino e un pelapatate… sì, sono pronto! Si inizia a lavorare e via… all’inizio senza capire tanto cosa si vuol fare, ma una volta entrati in quello che si ha davanti si capisce il tutto. Una scena abbastanza frequente tra noi cuochi. Immaginare che con un semplice ingrediente si può veramente creare l’impossibile mi rende felice, sapendo che con quello che ho in mano posso diventare un artista”, scrive Riccardo nella sua tesina d’esame.

Una passione comunicata e una modalità di proporre ai giovani il proprio lavoro: “Caro signor Gianfranco, le scrivo una lettera per dirle che con voi in stage mi trovo bene, anche perché il lavoro di elettricista mi piace. Il mio lavoro devi farlo bene e con amore anche. Lavorando io mi sento sempre libero, perché mi assegnate sempre vari compiti e io, con calma, li eseguo facendoli bene. Il lavoro non lo considero una prigione, perché, alla fine, non è che mi date degli ordini, ma dei compiti da eseguire”, scrive Jacopo del secondo anno.