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IL CASO/ 1. Giovani senza lavoro per colpa di un "oggetto smarrito"

La scuola dovrebbe ritrovare un collegamento con il lavoro. Ma entrambi questi mondi, spiega MATTEO FOPPA PEDRETTI devono riscoprire l’importanza di un fattore importante per i giovani

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Se c’è una cosa che l’articolo di Luca Valsecchi pubblicato su queste pagine il 4 luglio scorso mostra molto bene è la grande somiglianza tra il compito di insegnare e quello di orientare i giovani e di formarli accompagnandoli al lavoro.

Compiti che si assomigliano moltissimo nello scopo (entrambi sono finalizzati alla realizzazione di un’altra persona secondo le sue potenzialità), nelle condizioni necessarie per poterli svolgere (sia in un caso che nell’altro occorrono adulti testimoni di senso rispetto all’esperienza che l’altro fa, l’emersione dell’evidenza dell’utilità di questa esperienza per sé e per il mondo, il nesso con la realtà e il suo significato, una dinamica dialogica fatta di autorità/autorevolezza e di fiducia/libertà) e perfino nei pericoli di deviazione e di riduzione a cui sono sottoposti.

Sul fatto che l’insegnamento rischi di diventare la giustapposizione di contenuti e informazioni stipati nello studente o l’inseguimento di metodologie e tecniche organizzative credo si sia già detto molto, se non abbastanza. Ma se Atene (la cultura e l’istruzione) piange, Sparta (la dura lotta del lavoro e la battaglia per la sopravvivenza economica, soprattutto in tempi di crisi) da questo punto di vista non ride. Orientamento e formazione continua (soprattutto quella manageriale) offrono talvolta uno sconfortante spaccato della cultura del lavoro di oggi, fatta di tecniche di adattamento della persona, di scorciatoie metodologiche e didattiche, di psicologismi, di antropologie eclettiche di dubbia provenienza, ecc.

In diverse occasioni mi è capitato di dire o scrivere che una mossa necessaria alla scuola per uscire dalla sua crisi - prima di tutto di senso - è recuperare un’alleanza con tutte quelle realtà che per loro natura costituiscono un’occasione di educazione per un ragazzo, in primis con il lavoro. Ne sono sempre convinto, corroborato in questo dal fatto, sottolineato più volte nel già citato articolo di Valsecchi ed evidenziato in molti commenti agli sconfortanti dati Istat sulla dispersione scolastica italiana [], che l’esperienza lavorativa costituisca per molti cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training) l’occasione per un riscatto personale, prima ancora che sociale e culturale.

Ma per rispondere appieno alla sfida lanciata da Valsecchi alla fine del suo articolo (“Insegnamento, orientamento, formazione, lavoro: è possibile che i protagonisti di ciascun settore lavorino di più insieme, coordinandosi e sviluppando proposte sinergiche per il bene dei nostri giovani?”) occorre andare al cuore del problema, nel centro della riduzione che tanto la scuola quanto il lavoro corrono come rischio mortale: la sparizione (abolizione?) dell’esperienza. E andarci insieme.

[1] Cfr. la citazione di Gustavo Pietropolli Charmet in M. Foppa Pedretti, .