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Lavoro

FIAT/ La "vendetta" di Marchionne può lasciare l’Italia a piedi

La sentenza del Tribunale di Torino di sabato scorso cambia lo scenario degli investimenti di Fiat, che oltre alla Fiom deve badare ai dati di mercato. L’analisi di ANDREA GIURICIN

Sergio Marchionne (Foto Ansa)Sergio Marchionne (Foto Ansa)

La decisione del giudice di Torino sui nuovi contratti Fiat cambia lo scenario degli investimenti del gruppo automobilistico. La newco creata ad hoc per poter operare con una nuova struttura aziendale è stata accettata, ma è stato ritenuta illegale l’esclusione della Fiom dalla fabbrica.

Non appena è arrivata la notizia, Fiat ha deciso di “congelare” l’investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano d’Arco per la produzione della Nuova Panda. E tutto il progetto “Fabbrica Italia” rischia di fermarsi dopo questa sentenza di primo grado, compreso il piano di rilancio di Mirafiori. È chiaro che una sentenza di primo grado non è definitiva, ma vi è il rischio concreto che parte degli investimenti dell’azienda automobilistica finiscano all’estero.

L’investimento di Pomigliano d’Arco è forse quello meno a rischio, poiché è il progetto più sviluppato, mentre Mirafiori rischia di chiudere, se Fiat deciderà di cambiare piani. La politica, sia a livello locale che nazionale, è dunque molto preoccupata per questa sentenza, perché sono in dubbio i 20 miliardi di euro d’investimenti previsti per il nostro Paese da parte dell’azienda torinese; ma proprio la politica è la prima colpevole di una scelta che potrebbe mandare in crisi intere zone produttive.

In Italia non esiste infatti nessun’altra azienda che produce autovetture e questo dipende da decisioni errate di lungo periodo. Investire in Italia è molto difficile e le aziende straniere hanno difficoltà a entrare nel nostro Paese. Non è un caso che in gran Bretagna, dove non esiste più da anni un produttore di veicoli nazionali, produca tre volte il numero di autovetture rispetto all’Italia.

Una tassazione esageratamente elevata e complicata, una burocrazia macchinosa e invasiva, una giustizia lenta e rapporti lavorativi tra azienda e lavoratori complicati sono solo alcuni degli elementi che non hanno permesso uno sviluppo di impianti da parte dei costruttori stranieri. La politica si è inoltre “intestardita” in politiche di incentivi all’acquisto che hanno “dopato” la domanda, senza alcun beneficio per chi avesse voluto investire nel nostro Paese.

La conseguenza è che l’Italia è totalmente dipendente da Fiat, da un punto di vista produttivo, dato che il 100% dei veicoli costruiti sono di marchio torinese. E nel momento in cui Fiat sceglie, per motivi di efficienza, di ridurre i siti produttivi in Italia, la crisi arriva forte e decisa. È l’esempio di Termini Imerese, dove a distanza di due anni dalla decisione di chiudere l’impianto, soluzioni alternative non ne sono state ancora trovate.


COMMENTI
19/07/2011 - GIUSTO ma.... (Guido Gazzoli)

per vendere le auto occorrono i SOLDI...se si continua così FIAT rischia di non vendere nulla. Sarebbe ora di iniziare a vedere anche il rovescio della medaglia..ergo...tornare a considerare i lavoratore come risorsa e trattarlo come tale , rispettandolo.La germania ce lo insegna...da noi gli adeguamenti degli stipendi se li fa solo la casta. D'altronde circa tre secoli fa un tale Smith scriveva più o meno che senza codici etici e morali il capitalismo non avrebbe servito il progresso ma si sarebbe trasformato in un fabbricante di miseria... Il piqatto è servito... Guido Gazzoli

 
19/07/2011 - marchionne rispetti i patti (francesco taddei)

ormai basta che piove e tutti i contratti vengono messi in discussione