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IL CASO/ Il difficile "pareggio" per le pensioni delle donne

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Era rimasto in sospeso il problema giuridico del trattamento apparentemente dispari tra dipendenti pubblici e privati che, nella questione che ci interessa, è sì fondato sulla natura retributiva dei contributi pensionistici e delle prestazioni conseguenti, e quindi dell’applicazione dell’art. 141 del Trattato, ma che nell’evoluzione interpretativa della Corte di Giustizia, a partire dal caso Barber, ha dato luogo a diversi problemi di adeguamento anche in relazione all’esclusione dalla direttiva n. 2006/54, che accorpa la disciplina sulla parità tra lavoratori e lavoratrici, della direttiva n. 79/7 sulla parità dei regimi pubblici obbligatori di sicurezza sociale.

Su questi punti la Commissaria spiega che nel pubblico impiego lo Stato agisce da “imprenditore” e, quindi, non è ammissibile un suo comportamento discriminatorio. Sulla legislazione nazionale è libero invece di fare quello che ritiene più giusto. Anche la Corte europea ha insistito sul fatto che è una legge ad hoc a reggere il pubblico impiego che, quindi, ricade sotto l’articolo 141 del Trattato. Per il regime generale delle pensioni vale invece la direttiva n. 7 del 1979, che dà agli Stati nazionali più flessibilità nell’applicazione.

Si è così arrivati oggi all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato, anche se la gradualità dell’intervento non consente il recupero di risorse utilizzabili per la crescita. Si pensi per esempio, per restare in tema di pari opportunità, al capitolo importante e critico dell’occupazione femminile e dei fattori che la possono favorire.

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