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Lavoro

IL CASO/ 2. La nuova riforma che aiuta chi è senza lavoro

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I dati ci dicono che nel nostro Paese non c’è rischio di disordine nel rapporto tra domanda e offerta di lavoro: mentre nei principali Stati europei la quota complessiva di collocamento intermediato dai servizi pubblici e privati oscilla tra il 10% e il 30% del totale degli avviamenti complessivi, in Italia la media nazionale non supera il 4-5%.

Non è peregrino pensare che alcune delle principali criticità dell’occupazione italiana siano peggiorate proprio per la scarsa penetrazione di moderni servizi di intermediazione domanda/offerta. Ad esempio, le difficoltà di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro sono, almeno in parte, determinate dalla pochezza dei canali di informazione e dalle inefficienze del sistema pubblico di intermediazione. Non è un caso che circa il 55% dei giovani trovi la prima occupazione attraverso le segnalazioni di parenti e amici.

I canali formali non professionali (richiesta diretta a un datore di lavoro, inserzioni sulla stampa e utilizzo del web), occupano rispettivamente il secondo (16%) e il terzo posto (6,8%), mentre la percentuale di ingressi favorita dall’intermediazione dei Centri per l’impiego e dalle Agenzie per il lavoro appare miseramente limitata a poco meno del 5% (dati Istat).

In ottica comparata è basso anche il numero di soggetti privati che operano sul mercato: sono solo 88 le società di somministrazione e 34 quelle di intermediazione. Più numerose, a motivo della relativa semplicità nell’ottenere l’accreditamento, le agenzie di ricerca e selezione (di poco superiori a 700, ma si tratta di un mondo estremamente complesso da fotografare).

Alla luce di queste considerazioni sono facilmente comprensibili le ragioni che hanno indotto il legislatore a riscrivere l’articolo 6 della legge Biagi con la recente manovra finanziaria. I disoccupati, in particolare giovani, sono tanti. Numerose sono le posizioni di difficile reperimento cercate dalle aziende. È crescente il ritardo occupazione del Mezzogiorno. Evidentemente sono ancora troppe le restrizioni che rendono poco fluido il mercato del lavoro (si pensi alle sanzioni, anche penali, che spettano a chi intermedia senza autorizzazione). È un esempio classico di tentativo di cura che finisce per peggiorare lo stato di salute del malato. Fuori metafora: la paura del cosiddetto caporalato ha dimezzato i possibili canali di incontro tra domanda e offerta di lavoro, svantaggiando così proprio il disoccupato che si voleva proteggere.