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IL CASO/ C'è una "bussola" che aiuta i giovani a trovare lavoro

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San Tommaso d’Aquino, patrono degli studenti e delle scuole cattoliche, chiarisce il primato della scoperta personale a cui un buon insegnante deve condurre i propri discepoli. Il grande studioso medievale sottolinea la differenza che esiste tra un lavoro che può essere prodotto solo con mezzi artificiali (per esempio, la costruzione di una macchina) e un lavoro che può essere prodotto anche dalla natura (per esempio, la crescita di una pianta). Insegnare appartiene alla seconda categoria. Un insegnante si adopererà per facilitare e non sostituire le energie naturali del suo allievo. Sarà come un agricoltore che aiuta la crescita dell’albero attraverso irrigazione, potature, diserbo.

La causa principale della crescita è la forza naturale della pianta, l’agricoltore la assiste. Spesso invece, purtroppo, nell’impostare il modo di insegnare, di orientare, di formare a una professione si è vittime della concezione cartesiana per cui chi apprende è visto in una prospettiva meccanicistica: l’insegnamento diviene sinonimo di cercare di “stipare” le informazioni nello studente come se fosse una macchina passiva, invece di una mente viva. In questo modo però si ottengono pochi risultati e pochissima tenuta nel tempo: forse una delle spiegazioni del fenomeno dei Neet (Not in Education, Employment or Training) che in Italia coinvolge quasi il 29% dei giovani tra i 16 e i 29 anni, nasce anche da qui.

Educare la persona, insegna l’Aquinate, non significa dunque solo addestrare delle competenze, bensì introdurla nel mirabile significato di se stessa e dell’esistenza tutta, permettendo gradualmente che l’immagine del divino che è in ciascuno si compia, si consolidi secondo la positività per cui la persona è stata creata, lo scopo ultimo cui tende, il compito che le è affidato nella vita. Si tratta, in sintesi, di sostenere un’esperienza della realtà a partire da una disciplina, di educare insegnando, orientando, formando, avviando al lavoro.

Aziende, enti formativi, intermediari del lavoro hanno oggi un rilevantissimo compito educativo che, per varie ragioni, talvolta non riesce più a essere realizzato in famiglia o nelle scuole, spesso senza un’ipotesi di lavoro chiara e dunque capace nel tempo di essere verificata dall’esperienza dei ragazzi.

Il cammino educativo non è mai né solitario - ma è un rapporto -, né dualistico - ma è unitario: per educare insegnando, orientando, formando, lavorando, è necessaria la coscienza di avere qualcosa da dire e da comunicare (si inizia a educare perché si è trovato qualcosa che è talmente vero per se stessi che lo si vuole comunicare ad altri) e la consapevolezza dell’utilità e della pertinenza che questo “qualcosa” ha per gli altri e per la situazione storica, per il cammino umano e professionale di chi si ha davanti.

Come osserva A. MacIntyre, insegnando una disciplina è necessario non dimenticare che il punto non è la specializzazione, inevitabile in ogni disciplina e sapere, ma la perdita di senso che si produce quando gli anni di studio e di apprendimento sono concepiti esclusivamente in funzione del passo successivo, e non per la verità di ciò che si studia e si insegna, per la scoperta dei nessi che gli argomenti hanno fra loro, per il rapporto che ogni particolare, per essere intelligibile, deve avere con la totalità che lo costituisce. A livello dell’insegnamento, ciò segna la divaricazione fra le informazioni e le nozioni, o conoscenze, che vengono date, e il rapporto fra di loro e con la realtà, che di esse rappresenta il punto sintetico.

A livello di formazione professionale e inserimento lavorativo la “partita” è piuttosto simile: si tratta di scoprire e di imparare a fare ciò che è funzionale allo scopo di quel lavoro ed espressivo di sé, maturando competenze ed esperienze impiegabili nel tempo, un orizzonte di significato che tenga desta la persona e una disponibilità nel mettersi al servizio del pezzo di realtà che ci è stato consegnato da una mano che non può essere solo quella del datore di lavoro.

La separazione fra le conoscenze e il senso che esse hanno, di cui ci parla MacIntyre, è forse il sintomo più grave e diffuso di una grave carenza culturale ed educativa, per cui le persone “scoppiano” alla prima difficoltà, magari proprio quella di formarsi e cercare un lavoro.


COMMENTI
04/07/2011 - bella iniziativa (Marco Claudio Di Buono)

Capisco che è difficile ma sarebbe interessante se iniziative di questo tipo potessero realizzarsi non solo nelle grandi città. Ad esempio in territori con notevoli problemi come il Cilento, dove abito io. Bisognerebbe mettere insieme i vari attori: scuole, enti pubblici, imprese, associazioni ecc. Creare una rete in grado di offrire orientamento e formazione a 360° soprattutto nel mondo del lavoro. In molte aree del paese non c'è nulla di tutto questo e soprattutto non c'è un progetto che metta al centro la persona con la sua esigenza di crescere, imparare un lavoro, una professione e spendere le sue competenze per far sviluppare il suo territorio. Inoltre, c'è anche un'altra categoria di persone che hanno tra i 40 50 anni, sono senza lavoro o fanno lavori precari, a nero o sottopagati. Chi pensa a loro?