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IL CASO/ La "fame" che può aiutare i giovani a trovare lavoro

Voglia di sacrificio, tenacia per le proprie aspirazioni, umiltà, voglia di capire e ascoltare sono, secondo STEFANO BLANCO, importanti per chi oggi si affaccia al mondo del lavoro

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Ricominciare ad avere fame. Sì, fame: quell’inclinazione che ogni singolo dovrebbe avere nel rapporto con il mondo del lavoro oggi e più in generale verso il proprio futuro lavorativo. È utile mettere l’accento sulle modalità di comportamento che possano favorire un efficace inserimento lavorativo? Provare forse a spostare il focus dal contesto macro ai comportamenti del singolo?

Quando parlo di fame intendo semplicemente, o forse duramente: fame di sacrifici, umiltà nei primi anni di lavoro, tenacia per le proprie aspirazioni, voglia di capire e ascoltare. Questo è l’atteggiamento che dovrebbe contraddistinguere chi oggi si affaccia al mondo del lavoro. Approccio che in alcune situazioni sociali si deve esplicare nel risvegliare chi da troppo tempo, con i piedi al caldo, ha perso nel suo DNA l’atteggiamento di doversi conquistare con fatica un posto, di doversi impegnare duramente per avere quello che pare aver sempre avuto per fortuna famigliare senza aver mosso un dito. In altre, opposte, ha il senso di promuovere con le proprie forze, il proprio impegno e sacrificio, l’affrancamento da situazioni di emarginazione o di periferia culturale e sociale.

I dati Istat riferiti alla disoccupazione giovanile (tra 15 e 24 anni) ci restituiscono da qualche anno un quadro difficile anche nelle zone più industrializzate, ancora in preoccupante aumento. Altrettanto bene sappiamo quanto l’Italia sia un Paese bloccato per mobilità sociale e sempre più la scuola e l’università non riescono a essere un ascensore sociale come lo sono stati negli scorsi decenni. Su questo dobbiamo, però, essere chiari: la mobilità sociale di un Paese si misura con il salto di reddito disponibile da una generazione all’altra (sempre meno, purtroppo, solo con più alti titoli di studio raggiunti, ma qui si aprirebbe una discussione molto controversa). Sappiamo poi molto bene quanto il mercato globale del lavoro abbia messo in difficoltà molti giovani e altri non lusinghieri indicatori italiani che ben conosciamo e amiamo ripeterci.

Questo lo voglio dire perché non si pensi che si prenda sottogamba quella che oggi è la situazione del mondo del lavoro in Italia e che si voglia fare del facile ottimismo. Aggiungiamoci pure una classe politica che non ha fatto abbastanza e non ha quella visione strategica che consentirebbe di ridare anche più speranza ai ragazzi, come a tutti d’altronde. Ma, proprio per questo, dobbiamo ricominciare ad affermare che è necessario essere ancora più focalizzati sui propri studi, nella ricerca di un lavoro; che la scuola, l’università sono solo un blocco di partenza e il resto dovranno mettercelo i giovani.