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Lavoro

LETTERA/ Vi presento la trappola che crea i lavori di "serie B"

Spesso si pensa che i ragazzi che si dedicano al lavoro manuale siano quelli che non hanno voglia o capacità per fare altro. GIOVANNI BIANCHI spiega che non è così

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

Caro direttore,

Quando nel nostro Paese si parla di giovani e di lavoro, si descrive un quadro per cui i ragazzi che si dedicano a quello manuale sono quelli che non hanno voglia o capacità per studiare. La verità è che ognuno ha un dono impresso in sé, una capacità, un talento, un “esser portato a”e il compito di ciascuno è capire che cosa sia esattamente e coltivare questo dono.

Il lavoro pratico può essere un ripiego di chi non vuole studiare, come può esserlo un posto da dipendente in qualsiasi impresa per una persona che non finisce gli studi. Tanto è vero che se un ragazzo non vuole studiare e non ha manualità non verrà mai assunto in nessuna azienda in cui si svolge un lavoro di tipo pratico. Se una persona, invece, segue il suo dono, la cosa in cui si sente realmente realizzata, allora qualsiasi sia il suo lavoro, quello che farà lascerà trasparire una bellezza evidente per lui e per tutti quelli che lo vedono in azione.

Provo a spiegarmi raccontando la mia esperienza. Ho 22 anni e faccio il falegname: lavoro in una piccola bottega nell’hinterland milanese come dipendente operaio. In azienda siamo in quattro: il mio capo, suo papà, un ragazzo poco più grande di me e io. Facciamo mobili su misura (librerie, dispense, letti, ecc.) e riparazioni di ogni genere (tapparelle, finestre, porte, persiane, ecc.): tutto purché centri col legno.

Prima ho frequentato un liceo scientifico, dove ho fatto molta fatica nello studio e, infatti, sono stato bocciato un anno. Ma quell’istituto paritario ha contribuito in me alla formazione di una mentalità di cui oggi sono ancora grato. Durante quei sei anni ho avuto l’occasione di conoscere alcuni falegnami attraverso i miei genitori e grazie a questi incontri, in cui traspirava la passione per il mestiere di san Giuseppe, si è innestato in me un seme che sarebbe germogliato dopo le superiori.

I sei anni del liceo mi erano piaciuti tantissimo, sia per gli amici che per i professori incontrati, ma l’idea di dover studiare ancora non mi andava molto. Mi appassionava molto di più lavorare con le mani, infatti ogni anno aspettavo sempre con ansia l’open day della scuola per allestire le piccole esposizioni di alcune materie scolastiche. Un anno abbiamo costruito un bancone di un irish pub per la mostra d’inglese: forse quello è stato il primissimo momento in cui si è concretizzato il mio più vero interesse.