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IL CASO/ 2. Il "riscatto" di Moretto, una lezione per i giovani al lavoro

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Quando abbiamo fatto la verifica periodica con i tutores che seguono i ragazzi nei reparti, in un percorso di job-rotation perché tutti possano vedere i vari aspetti della produzione, su Moretto ci siamo spaventati. “Non va”, ha detto il primo intervistato. E così il secondo e anche un terzo caporeparto ha scosso il capo. Oddio, ci siamo detti, Moretto non ce la farà, neppure qui. E invece, il quarto, il responsabile dell’ufficio stile, ci ha accolti col sorriso sulle labbra: “Moretto? Un genio”.

Era semplicemente accaduto che questo ragazzo, così introverso e dall’anima così acciaccata dalle tante domande rimaste senza risposta, aveva trovato nelle forme, nell’accuratezza, nella creatività di quel pezzo di produzione tessile, un lavoro che pizzicava le corde più profonde del suo talento, che lo rianimava, gli ridava consapevolezza di sé, della sue possibilità, forse del suo stesso esistere.

Moretto il difficile, Moretto l’impossibile, Moretto l’irrecuperabile aveva trovato fra le pezze di sete, fra i fiori, le fantasie e le mille sfumature di colore, la cifra del proprio io. Quello che nessuna delle scuole frequentate sino ad allora aveva saputo fare. E Moretto aveva cominciato imparare, cioè a vivere.

Secondo quello che il ministro Sacconi ha raccontato al Meeting di Rimini, in uno degli incontri di apertura sulla formazione professionale, sono 256mila i Moretto d’Italia. Il nuovo apprendistato potrebbe diventare un’opportunità per tanti di loro e per altri che verranno. Se saprà essere educazione vera.

Come la storia delle botteghe tardo medievali e rinascimentali è ancora oggi esaltante documentazione: in quei luoghi si insegnavano i mestieri dei pittori, degli scultori, degli arazzieri. E, producendo bellezza, si forgiavano grandissimi artisti, ma anche uomini veri.

 

(Alessandro Mele)

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