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IL CASO/ Esiste una scuola di "serie A" per trovare lavoro?

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Ma i “tempi” di questa progressiva crescita e formazione personale dei minori e, quindi, dell’educazione non sono i “tempi” della politica. In altri termini, i tempi della costruzione della “civitas”, cioè del “bene comune civile”, all’interno del quale si pone qualunque azione educativa, non sono i tempi della costruzione della “polis”, all’interno della quale si pone qualunque azione politica [].

Se non si scioglie questo nodo di fondo, se non si accetta questa “distinzione” di ruoli, di compiti, di responsabilità, permarrà l’incomprensione radicale fra le due legittime esigenze, che continueranno a stritolare l’identità degli insegnanti fra la sponda di Scilla, che è l’educazione, e quella di Cariddi, che è la politica, non riconoscendo che la dignità dell’azione educativa non è da meno della dignità dell’azione politica, che la mission dell’uomo educatore non è da meno della mission dell’uomo politico. Solo che essa agisce (e non può essere altrimenti) con tempi e finalità di efficacia/efficienza strutturalmente diversi, egualmente prioritari.

Un esempio: che cosa facevano i “maestri”, e molto di più le “maestre”, durante la Grande Guerra o nel Secondo dopoguerra, mentre i soldati erano al fronte o il Paese usciva da una distruzione inenarrabile, per affermare il valore etico della “libertà” dello Stato italiano nel contesto internazionale? Facevano “scuola” e non potevano fare altro per curare, nel frattempo, la crescita del valore della libertà morale nelle giovani coscienze con lo strumento dell’istruzione. Certo che quei tempi erano ben più magri. Ma così salvavano la civiltà di un popolo nello sfascio generale e ponevano, da subito, le premesse per una rinascita sociale. Perché il minore l’adulto ce l’ha davanti hic et nunc e deve dare risposta al suo bisogno di crescita e di formazione. Ed è questa una considerazione di estremo realismo, nonostante l’apparente idealismo.

La responsabilità educativa, infatti, non viene meno neanche quando le prospettive economiche per il futuro non siano rosee. Anzi, questo è il tempo per la formazione di personalità forti, creative, generose, oneste… in quanto la speranza non può risiedere altrove che nei giovani e, pertanto, nella permanenza del lavoro di adulti significativi per loro, cioè di buoni insegnanti, perché c’è un tessuto civile da supportare se non proprio da ricostruire.

Bene, se in un qualche modo si intravede che il nodo dello stritolamento dell’identità del docente possa essere sciolto [], se cioè, comunque, può non sussistere il ricatto dell’“astrazione” per chi si occupa professionalmente della buona crescita e della buona formazione dei giovani (anche quando l’economia non va bene o quando la disoccupazione si prospetta per le nuove generazioni), allora si può porre serenamente la domanda: Quali insegnanti servono per far crescere e studiare i nostri ragazzi in questo momento storico della “polis”? E, memori della grande ricostruzione italiana del Secondo dopoguerra, interrogarsi su Come rendere i Tecnici e i Professionali scuole attraenti per i giovani?

 

[2] G. Corallo, L’educazione. Problemi di pedagogia generale, A. Armando, Roma 2010; M.T. Moscato, Educare la libertà. Gino Corallo, CLUEB, Bologna 2009.

 

[3] Anche se mi rendo conto che la giustificazione di un simile punto di vista sulla società come “civitas” oltre che come “polis” merita argomentazioni ben più approfondite soprattutto per le ricadute educative (cfr. L. Bruni e S. Zamagni, Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 2004).