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Lavoro

IL CASO/ Esiste una scuola di "serie A" per trovare lavoro?

Gli insegnanti e le scuole hanno un compito importante: quello di cercare di preparare i giovani a entrare nella realtà lavorativa, oltre che sociale. Il commento di SILVIO GALEANO

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Mi rendo conto che rivendicare un simile diritto di questi tempi, quando i numeri che ”inchiodano” il Miur relativamente ai «tagli “trasversali” senza alcun criterio progettuale positivo» sono incontestabili e le prospettive dell’immediato futuro, per chi esercita la professione docente, prevedono blocchi degli stipendi e anche lo spettro della tredicesima a rischio per il prossimo dicembre, può sembrare un voler parlare del “sesso degli angeli”.

Che senso avrebbe? Che diritto ha chi, come me, dirigendo prevalentemente Tecnici e Professionali, vorrebbe porre a tema come fare dei Tecnici e dei Professionali scuole di “serie A”? Più che il momento della rivendicazione della “vocazione” alla scuola buona, alla scuola ben fatta [] in tutti i settori dell’istruzione, sembra essere il momento della difesa corporativa dei legittimi interessi mortificati. Mentre, da qualche parte, sicuramente molti preparano già le nuove “pantere” autunnali, sperando che siano “rosse” e non “rosee” e teorizzano da tempo una pedagogia parallela, secondo cui sono le “occupazioni”, le “assemblee” e i “cortei” (più che le aule e i contenuti disciplinari della scuola, definita “tradizionale”) gli strumenti veri della “educazione-coscientizzazione” delle giovani generazioni (ormai scuola primaria compresa), posta al di sopra dell’educazione scolastica dello Stato. Per poi, alla fine, anch’essi rimanere delusi per la sostanziale insipienza dei medesimi giovani, pronti a disertare le aule e a riempire le strade ma non altrettanto all’impegno politico tout court e “che non sono più come eravamo noi”… e, quindi, incappando inevitabilmente in quelle problematiche e in quelle valutazioni pedagogico-educative paradossalmente molto simili a quanto Felice Crema, in un interessante dibattito di mezza estate su ilsussidiario.net, ha evidenziato (ovviamente in un altro contesto, in quello didattico istituzionale) fra i “duri” e i “malleabili”.

L’“eterogenesi dei fini”, infatti, si verifica anche nella pedagogia e/o nella didattica “ideologica” e la cronaca degli ultimi dieci anni è lì a testimoniarlo. Dovunque ci siano adulti e giovani in relazione fra loro, infatti, non si possono eliminare le questioni pedagogiche, perché dall’educazione non si esce mai. Il contesto può favorire o ostacolare le relazioni educative giovani/adulti, ma non annullarle. Esse sono un fatto strutturale della condizione umana. Mentre, infatti, si svolge l’azione politica (per enfasi: la lotta!) è pur necessario che si svolga anche l’azione educativa, che ha come scopo l’acquisizione della consapevole libertà personale del giovane educando, cioè la sua capacità “autonoma e costante” di seguire una norma liberamente riconosciuta come valore, che lo farà “libero”, facendo venir meno la necessità stessa dell’adulto educatore. Ponendolo, cioè, adulto fra gli adulti.

[1] V. Garcia Hoz, L’educazione personalizzata (curatore G. Zanniello), La Scuola, Brescia 2005.