BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

QUALCOSA DI SINISTRA/ Perchè il teorema Marchionne non risolve più i guai di Fiat?

Più il tempo passa, più il progetto di Sergio Marchionne per il rilancio di Fiat-Chrysler in Italia e nel mondo sembra incontrare difficoltà. L’analisi di SERGIO LUCIANO

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

“Fabbrica Italia”? Al massimo “Fabbrica Corea in Italia”. Perché perfino i bassissimi costi di produzione coreani da soli non bastano per portare un’impresa a dei buoni risultati economici, ma devono essere accompagnati da prodotti buoni e buone strategie commerciali. Che, nel caso della Fiat di Sergio Marchionne, per ora proprio non si vedono. Ed è un “per ora” che dura ormai da un paio d’anni.

Per cui oggi, pur con tutte le riserve sull’atteggiamento complessivo della Fiom-Cgil sui temi delle relazioni industriali, va dato atto al suo leader, Maurizio Landini, che ha ragione quando definisce “scatola vuota” il famoso eppure mai rivelato piano Fabbrica Italia del manager dal pulloverino. Più si allontana nel tempo la fase dell’insperato risanamento finanziario della Fiat operato da Marchionne nei primi due-tre anni del suo lavoro a Torino, più il “tocco magico” che oggettivamente il manager ha avuto all’epoca sembra superato, appannato, archiviato.

Sul fronte delle strategie commerciali, della diversificazione dei mercati e, soprattutto, dell’ideazione, progettazione e lancio di nuovi prodotti Marchionne non può purtroppo vantare nessun autentico successo, neppure quello della nuova Cinquecento, indubbiamente apprezzata in Italia e forse anche in Europa, ma comunque su una scala molto inferiore al necessario, e incapace di sedurre il mercato statunitense, a dispetto di sforzi (pochi) e promesse (molte): e anche la Cinquecento era un progetto preesistente all’avvento dell’era Marchionne.

Sia in India, dove proprio nelle scorse settimana Marchionne ha ammesso che i rapporti con Tata Group non hanno portato i risultati attesi, che in Cina, dove la scelta del nuovo partner è appena stata fatta e non ha ancora neanche avuto il tempo di portare frutti - mentre da anni la Daimler e la Volkswagen stanno sbancando in quel mercato - la Fiat ha perso occasioni d’oro, e perfino in Brasile - dov’è ancora forte, grazie alle scelte per l’epoca davvero lungimiranti di Cesare Romiti e Paolo Cantarella - ha perso posizioni a favore dei tedeschi.

La spiegazione sostanziale è semplicissima e risiede interamente nell’esasperato egocentrismo di Marchionne, che è convinto di potere e dovere saper tutto e gestire tutto, oscurando sostanzialmente la squadra manageriale, selezionata - per carità, tra tutti manager di prim’ordine - in base al criterio finale dell’acquiescenza alla linea del capo. Il quale, pur essendo un geniale manager finanziario, non è uomo di prodotto, non ama l’auto, e non riesce a idearne né lascia che altri ne ideino di nuove e di competitive. I suoi uomini migliori, nel settore del prodotto, se ne sono andati da tempo. E i nostalgici di Mirafiori rievocano con dolore i tempi in cui un professionista dell’auto come Cantarella poteva dire, pur essendo stimatissimo da Romiti e ricambiandolo di pari stima e affetto, che “il dottore non sa neanche se le ruote sulle macchine si montano verticali o orizzontali, a quello provvedo io, lui per fortuna è a corso Marconi a gestire la baracca”. Altri tempi. Romiti sembrava un “lider maximo”, ma a confronto con Marchionne era il più democratico dei capi.


COMMENTI
19/09/2011 - marchionne rispetti i patti (francesco taddei)

finalmente si può dubitare di marchionne in libertà. io dubiterei anche dell'operato del governo visto che nel piano "fabbrica italia" molti stabilimenti vengono chiusi. (solo in italia non si protegge l'interesse nazionale, anzi guai a chi lo fa!). adesso marchionne riceverà il giudizio di coloro che gli danno la busta paga: verrà semplicemente valutato in base ai risultati.