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PENSIONI/ Uomini e donne, "vittime" di una discriminazione al contrario

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Il giudizio, in Italia, viene rimesso alla valutazione politico discrezionale del legislatore ordinario, che però deve tener conto del principio costituzionale contenuto nel comma 2 dell’art. 38 Cost., a che siano previsti e assicurati mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di vecchiaia oltre che di altri eventi che incidono sulla capacità lavorativa.

La prima legge italiana in materia risale al 1895, il R.D. n. 70 in cui veniva previsto il diritto per i dipendenti civili e militari dello Stato di percepire un reddito dopo la fine del rapporto di impiego; anzi, nella concezione tipica di quell’epoca il rapporto si considerava ancora vigente e quindi la pensione veniva considerata una retribuzione differita. In quella normativa, l’età pensionabile veniva stabilita in 65 anni senza differenza fra uomini e donne. Allo stesso modo il decreto n.603 del 1919 che introdusse la tutela pensionistica di vecchiaia per i lavoratori dipendenti del settore privato prevedeva come età pensionabile i 65 anni per uomini e donne.

Mi sembra utile far osservare la data: le aspettative di vita del 1919 erano ben diverse da quelle dei nostri giorni, ma è anche vero che allora non si teneva conto di altri valori come il diritto alla salute, al riposo, cioè della funzione previdenziale stessa. È il R. Decreto n. 636 del 1939 che abbassa l’età pensionabile a 60 anni e introduce la differenza con le donne per le quali si stabilisce l’età pensionabile a 55 anni, giustificandola con la volontà di tutela della donna come soggetto debole e investito di particolari funzioni familiari.

Anche qui il contesto storico e sociale in cui si inserisce il provvedimento è significativo. Pochi anni prima era intervenuta la legge n. 653 del 1934 che aveva stabilito una serie di limiti e divieti al lavoro femminile e a quello minorile, considerando le donne come i fanciulli una categoria debole da proteggere dal lavoro. Non che non fosse necessaria una normativa che tenesse conto delle condizioni di lavoro e dell’essenziale funzione femminile come la definisce anche l’art. 37 della Costituzione repubblicana; diversamente da questa, che vede il lavoro anche quello femminile come un mezzo di sviluppo della personalità, esso era considerato un male da cui difendere le donne e a mio parere l’anticipo dell’età pensionabile corrispondeva a questa tesi. Infatti, la legge del ‘34 era diretta alla tutela non solo dell’integrità fisica, ma anche di quella morale dei soggetti interessati che se è giustificabile per i minori lo è molto meno nei confronti delle donne maggiorenni.

La differenza resta nelle leggi successive fino alle riforme degli anni ‘90 nelle quali viene innalzata a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne nel sistema retributivo, mentre in quello contributivo la differenza avrebbe dovuto scomparire in quanto l’età pensionabile avrebbe dovuto essere individuata in un periodo compreso fra i 57 e i 65 anni per entrambi i sessi. Veniva prevista, però, la possibilità di anticipare a 56 per le lavoratrici madri attraverso un meccanismo che prevedeva una anticipazione pari a 4 mesi per ciascun figlio fino al limite massimo di 12 mesi, oppure in alternativa si poteva optare per la determinazione del trattamento pensionistico con l’applicazione del coefficiente di trasformazione maggiorato di 1 anno in caso di uno o due figli e di due anni in caso di tre o più figli rispetto a quello previsto per l’età di accesso.