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Lavoro

PENSIONI/ Uomini e donne, "vittime" di una discriminazione al contrario

Resta ancora caldo il tema delle pensioni, dato che l’innalzamento dell’età pensionabile viene visto come uno dei rimedi necessari per i conti in deficit. Il commento di PAOLA OLIVELLI

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A ogni manovra finanziaria si ripropone la questione dell’innalzamento dell’età pensionabile come uno dei rimedi necessari per i conti in deficit del sistema pensionistico. L’Unione europea ne discute ormai da dieci anni e poiché non ha la competenza per intervenire con regolamenti o direttive tenta con il metodo aperto di coordinamento di convincere gli Stati membri a farlo.

Dell’improrogabile necessità di intervenire in questo senso ho già parlato in questa sede; ora vorrei invece affrontare la questione della differenza fra uomini e donne, in base alla quale alle donne viene data la facoltà di andare in pensione cinque anni prima. La domanda che mi pongo è se sia giusto, oggi, tenendo conto di tutte le ragioni biologiche, economiche, sociali, finanziarie e demografiche concedere ancora alle donne questo vantaggio o per dirla in termini tecnici questa azione positiva. Poiché di un vero e proprio vantaggio si tratta, un vantaggio che incide anche sullo squilibrio dei conti pensionistici e che potrebbe essere anche visto come una discriminazione alla rovescia.

Infatti, la diversità incide indirettamente anche sui coefficienti di trasformazione del montante contributivo, i quali, essendo stabiliti in maniera uguale in relazione all’età e indipendentemente dal sesso, finiscono per essere premianti per le donne, nel senso che, godendo anticipatamente della pensione e statisticamente vantando un’aspettativa di vita maggiore di quasi cinque anni rispetto a quella degli uomini, ricevono prestazioni complessivamente superiori rispetto all’altro sesso e che comportano un’uscita di maggiori risorse.

Per comprendere appieno la questione vale la pena di ripercorrere brevemente la storia giuridica e sociale dell’età pensionabile per le donne. L’età pensionabile è quell’età anagrafica nella quale si presume che insorga la situazione di bisogno, la perdita della capacità lavorativa e quindi della capacità per l’individuo di produrre reddito, che costituisce il presupposto per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Essa viene stabilita in maniera convenzionale, secondo l’id quod plerumque accidit, indipendentemente dall’accertamento concreto della permanenza della capacità di lavoro in capo ai singoli soggetti interessati. Essa deriva da un giudizio complesso basato su dati statistici e biologici che deve tener conto anche della compatibilità finanziaria delle gestioni pensionistiche.