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Lavoro

IL CASO/ C’è una “devolution” che può far bene al lavoro

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C’è bisogno di condivisione, di accordi reali e non di forma, di indirizzi e percorsi virtuosi e meno sulla carta, in cui conflitto, scambio, accordo e cooperazione rappresentino componenti che si intrecciano in processi postivi di collaborazione. E questo riguarda tutti, Regioni in primis, ma anche tutte le altre articolazioni periferiche delle istituzioni, della politica e delle parti sociali.

Imboccare la strada per favorire occupazione regolare significa costruire condizioni normative adeguate alle singole situazioni, per non spaventare nessuno e, contemporaneamente, consentire il dispiegarsi di una speranza nel futuro: infatti, tutti abbiamo incominciato con un rapporto di lavoro a termine, anche chi ha iniziato a lavorare negli anni ‘60 e ‘70, seppur in una prospettiva condivisa. Allora, per esempio, far decollare il nuovo apprendistato significa abbandonare certe pratiche elusive, come i falsi tirocini formativi, le co.co.pro. fasulle, le finte cooperative in alternativa alla somministrazione regolare e allo staff leasing.

Ecco perché, parlando di comportamenti virtuosi, il decollo di un effettivo decentramento delle relazioni sindacali è decisivo ai fini di incentivare gli stessi comportamenti virtuosi, utili e necessari nelle singole e diversissime situazioni di lavoro; non si tratta di destrutturare il diritto del lavoro, di consegnarlo “non si sa bene a chi”, si tratta di permettere a soggetti titolati e responsabili, con mandati di rappresentanza reale e non fittizia, di poter adeguare norme e istituti (anche di natura economica e retributiva) alle reali situazioni, per poter favorire le necessarie transizioni e nuove opportunità lavorative.

La firma definitiva da parte della Cgil dell’accordo citato sulla rappresentanza è un buon auspicio e una buona condizione: un plauso a Susanna Camusso, che questa volta non si è lasciata irretire da una Fiom che inizia a perdere qualche ricorso giudiziario (e forse anche un po’ indebitata finanziariamente con la propria casa madre per poter alzare tanto la voce). Ecco perché è necessario che quell’accordo, che, ricordiamolo, dà un minimo di certezza sull’efficacia della contrattazione aziendale, si possa e si debba estendere a tutti i settori, oltre a quelli del perimetro associativo di Confindustria.

C’è bisogno di un movimento, una cultura, una pratica di comportamenti virtuosi da parte di molteplici soggetti, una partita da giocare in molti; in questa fase a ciascuno è assegnata una responsabilità e nessuno può permettersi il lusso di ritirarsi dal campo.

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