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Non tutte le assunzioni a tempo servono per aggirare le leggi

Benedetto XVI (Foto Imagoeconomica) Benedetto XVI (Foto Imagoeconomica)

In diverse occasioni, negli ultimi mesi, il Santo Padre Benedetto XVI ha affrontato il problema del “precariato”. Parlando coi vescovi della Cei a maggio, il Papa ha chiesto “alla politica e al mondo imprenditoriale di compiere ogni sforzo per superare il diffuso precariato lavorativo, che nei giovani compromette la serenità di un progetto di vita familiare”; appena arrivato a Madrid, ad agosto, ha ricordato che “molti giovani guardano con preoccupazione al futuro di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro degno, o perché l’hanno perduto o perché precario e insicuro”; infine, durante il congresso eucaristico nazionale, a settembre ha definito la “spiritualità eucaristica via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, […] nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione”.

Le parole del Papa, con buona pace di molta stampa orientata, da una parte non ignorano la gravità del problema, dall’altra non ne riducono le dimensioni alla sola richiesta di nuove e migliori leggi. La Chiesa sa bene che la legge e la politica non hanno capacità taumaturgiche, né educative. Anche lo Stato più efficiente non può avere successo in questo ambito se non si attiva la responsabilità innanzitutto di imprenditori e lavoratori. E degli stessi giovani, che, sfuggendo al rischio della comoda retorica della precarietà, non possono accontentarsi di essere “indignati” (“nessuna avversità vi paralizzi”), ma devono seguire il naturale impulso ad andare oltre all’abituale (la borghese normalità).

Benedetto XVI lo ha scritto chiaramente nel messaggio per la XXVI Giornata mondiale della gioventù: “È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande”; “stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande”.

È tabù osservarlo in un periodo economico oggettivamente avverso all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma non è possibile contrastare il precariato giovanile senza l’impegno in prima persona degli stessi giovani, acceso motore di vitalità che può essere in grado di fare ripartire l’intero Paese.

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