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Non tutte le assunzioni a tempo servono per aggirare le leggi

EMMANUELE MASSAGLI riflette sul tema della precarietà, che riguarda molti giovani in questo periodo di crisi, a partire dalle parole al riguardo di Benedetto XVI

Benedetto XVI (Foto Imagoeconomica) Benedetto XVI (Foto Imagoeconomica)

Precario, letteralmente, è colui che è soggetto “a venir meno”, incerto, provvisorio, in ambito medico anche “cagionevole”. Da qualche anno questa parola ha riscosso un crescente successo nella sua accezione lavoristica: il precario è colui che ha un rapporto di lavoro temporaneo o, comunque, non garantito.

Considerata l’elevata disoccupazione giovanile italiana e le tipologie contrattuali attraverso le quali buona parte dei giovani entra nel mondo del lavoro, col tempo si è affermato sui media il binomio inscindibile “giovane precario”. Invero il termine “precariato” ha un’accezione esclusivamente sociale, non certamente giuslavoristica. I concetti giuridici più fedelmente associabili sono “flessibilità” e “atipicità”.

Queste parole individuano, seppur indirettamente, le ragioni del ricorso a contratti diversi (e perciò atipici) dal modello standard del tempo indeterminato: esigenze di carattere organizzativo ed economico dell’impresa moderna. In questo senso è necessario distinguere i contratti che perseguono questo fine originario dai rapporti che approfittano delle diverse tipologie contrattuali per aggirare la legge. In altre parole, non tutti i contratti atipici sono contratti precari.

Chi sono oggi, davvero, i “precari”? Nonostante la crisi economica, i dati ci dicono che la maggior parte di contratti temporanei sono concentrati nel settore pubblico più che nel privato, dove l’urgenza del confronto nel mercato rende difficile il permanere di situazioni croniche di precariato. La tendenza che si è affermata negli anni nella Pubblica amministrazione, invece, ha messo in secondo piano il principio costituzionale del buon andamento e la regola dell’accesso al lavoro pubblico mediante concorso.

Al blocco delle assunzioni, le amministrazioni pubbliche hanno spesso reagito attraverso un ampio impiego di processi impropri di esternalizzazione e di forme di lavoro flessibile. Il perdurare della precarietà sfrutta l’inoperatività per il pubblico della sanzione della conversione del rapporto temporaneo illegittimo in rapporto a tempo indeterminato (come avviene nel settore privato). Cosicché in molti casi si è concessa, dopo anni e per ragioni politico-sindacali, la stabilizzazione per decreto.

Nel privato il fenomeno più preoccupante è certamente quello dell’abuso di alcune tipologie contrattuali (si pensi ai famosi contratti a progetto), soprattutto per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Il recente fastidio per la norma contenuta nella manovra economica a riguardo dei tirocini è solo in parte spiegabile con la sovrapposizione di competenze Stato/Regioni: lo stage è diventato negli anni uno strumento utilizzato ben oltre la sua funzione di primo contatto e orientamento del giovane inoccupato nel mercato del lavoro.