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LETTERA/ Il lavoro a Hong Kong, dove la “fedeltà” conta meno di un titolo

Una veduta di Hong Kong (Imagoeconomica) Una veduta di Hong Kong (Imagoeconomica)

Tale velocità è dovuta anche alla quasi assoluta mancanza di una legislazione rigida del lavoro (come quella italiana, per capirci); poche semplici regole per quanto riguarda maternità, infortuni e minimo salariale (28 dollari di Hong Kong l’ora, legge introdotta lo scorso marzo). Per il resto c’è piena libertà contrattualistica e il lavoratore ha la facoltà di licenziarsi anche dall’alba al tramonto (rinunciano in questo caso al pagamento del periodo di preavviso).

In un mercato del lavoro così flessibile, che vede ogni giorno migliaia di licenziamenti ma altrettante assunzioni, come può un’azienda correre ai ripari e mantenere una staff che le permetta di continuare a operare efficientemente nel mercato? Una prima soluzione è da ricercarsi nelle politiche salariali interne: l’introduzione di bonus e scatti di salario annuali permettono in parte di contenere questa diaspora di lavoratori. Un secondo accorgimento è una serie di avanzamenti di carriera programmati. Ma questo non basta, le persone continueranno a cambiare lavoro.

Parallelamente ad attente politiche di Human Resources interne è necessario affidarsi a Partner professionisti che capiscono le esigenze dell’azienda, che parlano la stessa lingua dell’imprenditore che vede il proprio Chief financial officer inviargli la lettera di dimissioni via mail da un giorno all’altro. Partner che in maniera tempestiva risolvano il problema e permettano all’azienda di ritornare velocemente a essere competitiva. In un Paese dove all’alba i negozianti bruciano giornali e incenso in bidoni rossi per chiedere fortuna negli affari a Buddha, mentre al noventesimo piano di un grattacelo futuristico si fa colazione spalmando competizione sul pane imburrato.

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COMMENTI
11/09/2011 - Non esiste in Italia solo la GGIL! (EMILIO CHECCHIA)

Le teorie possono essere belle, ma la realtà è fatta di problemi che non ti aspetti e che spesso ti capitano e con cui devi fare inevitabilmente i conti: è già duro affrontarli in azienda presso qui si lavora da più di 23 anni, figuriamoci se si è costretti a cambiare lavoro ogni diciotto mesi!Anche sull'aumento dell'eta pensionabile, di cosa stiamo parlando? In realtà le aziende spesso incentivano l'uscita degli ultracinquantenni perchè considerati "vecchi"? Poi in Italia esistono anche altri sindacati, come la Cisl, che mi pare più realista e "sul pezzo", sulla realtà, rispetto alla CGIL!Comunque quello che ti permette di andare avanti, a prescindere dal cambiare lavoro o restare nello stesso posto è il senso per cui fai le cose e per cui vivi.

 
08/09/2011 - Non esageriamo... (Giuseppe Crippa)

Conoscere la situazione del mercato del lavoro ad Hong Kong è interessante ma, come giustamente osserva il lettore Maurizio Borghi, il cui giudizio condivido, non ha alcun senso elevare a paradigmatica questa situazione. Alle ragioni addotte da Borghi aggiungo l'esperienza della filiale cinese della multinazionale per cui lavoravo, che denuncia un altissimo tasso di mobilità dei quadri sia tecnici che commerciali, con conseguenti grandi difficoltà sia nella trasmissione delle conoscenze che nell'implementazione di una propria cultura aziendale. Aggiungo anche che l'esperienza del non lontanissimo Giappone è stata ed è tuttora del tutto opposta, senza che per questo i livelli di competenza tecnologica siano stati penalizzati. Per finire in modo scherzoso faccio notare che l'autore dell'articolo, a quanto risulta dal curriculum pubblicato da Il Sussidiario, è dipendente della stessa azienda da almeno 3 anni...

 
08/09/2011 - Est modus in rebus (MAURIZIO BORGHI)

Con tutto il rispetto, dovessi scegliere fra i due estremi... comunque preferirei il "modello CGIL". Non facciamoci ingannare da falsi miti. Se l'orizzonte di vita è la famiglia specialmente con tanti figli non si può pensare di cambiare lavoro con tutto ciò che ne consegue, (orari, abitudini, domicilio? scuole? pendolarismo settimanale?...) ogni 12-18 mesi. Non si tratta di "non volere mettersi in gioco" o di "mancanza di grinta" ma di realismo e di coscienza sulle ragioni del lavoro. Non mi risulta che i monaci benedettini cambiassero convento ogni 12-18 mesi o che aspirassero ad avere compiti sempre nuovi e diversi per la "loro maggiore gloria personale o maggior titolo". Con questo non voglio sminuire l'importanza di avere numerose esperienze alle spalle, ma è ancora tutto da dimostrare che una persona che abbia fatto lo stesso lavoro per 5-7 anni laureata ancora molto giovane lavorativamente non sia poi in grado di svolgere con profitto e meglio di altri un nuovo lavoro anche se totalmente differente dal precedente, entro certi limiti (un medico non potrà fare il meccanico, ovvio). Quello di cristallizzarsi in una prefessione può essere certo un brutto vizio (italiano?). Io credo che se una persona ha apertura mentale, metodo e volontà può imparare bene di tutto (ma chi offre lavoro pensa davvero così?) e che la risposta alla crisi non può essere fare girare le persone come trottole per fare la stesso lavoro di prima. Non buttiamo via con l'acqua sporca anche il bambino...