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IL CASO/ 2. Gli errori di tecnici e politici che frenano il lavoro

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Quali proposte ci possono portare su una strada migliore, allora? In primo luogo, si deve creare un sistema che allinei più facilmente i percorsi formativi agli esiti occupazionali e che sia rispettoso dell’esigenza di dare alle persona la possibilità di cercare percorsi di sviluppo professionali coerenti con i propri desideri, ma realistici. Questo richiede, ad esempio, un potenziamento dell’orientamento scolastico e universitario e l’inclusione di un’educazione al lavoro e all’economia a partire dalla scuola secondaria di primo grado, insieme ad altre competenze abilitanti di cui tanto si discute, ma pochissimo si realizza (lingue, informatica, ecc.). Inoltre, è necessario ricostruire strutture di formazione professionalizzante avanzata e di elevato livello, paragonabili alle università, ma con una vocazione immediatamente pratica. Un ruolo importante in questi processi dovrebbe essere giocato dalle istituzioni locali, assieme ad altri attori quali università, camere di commercio, imprese e parti sociali in generale in una logica di sussidiarietà che dovrà essere rafforzata da un percorso di costruzione di strutture istituzionali di collaborazione che spesso viene trascurato.

In secondo luogo, si deve uscire dalla visione stereotipata delle imprese propria di economisti e giuslavoristi e riconoscere che è essenziale potenziare i percorsi di investimento sull’innovazione organizzativa e tecnologica (assieme) attraverso meccanismi che incentivino la crescita dimensionale e la patrimonializzazione e stimolino quindi l’occupazione sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. Gli incentivi, tuttavia, richiedono strutture della Pubblica amministrazione che siano competenti nel merito e non solo legate a un approccio burocratico e giuridico, intriso di cieco formalismo.

In terzo luogo, occorre che si denunci a gran voce il paradosso della gestione delle risorse per la bilateralità che vengono distribuite secondo logiche formalmente ineccepibili, ma molto lontane da una vera progettualità per l’occupazione e l’innovazione. È difficile, perché significa mettere in discussione davvero (e non solo con i manierismi delle dichiarazioni) una certa complice collusione tra le parti sociali che oggi amministrano queste risorse.

Infine, ma solo alla fine, è opportuno mettere mano all’assetto di regolazione del rapporto di lavoro, per semplificarlo e ridistribuire tra garantiti e non garantiti e tra pubblico e privato il peso della crisi. Ci sono numerose proposte sul tavolo, con differenze che sembrano più cosmetiche o di processo che di sostanza. Tutte queste proposte, tuttavia, funzioneranno solo se si genererà una diversa dinamica del mercato del lavoro con tassi di entrata e uscita più elevati.