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IL CASO/ 2. Gli errori di tecnici e politici che frenano il lavoro

Ultimamente il dibattito sul lavoro sembra essersi ridotto a un problema di leggi e regole del mercato. LUCA SOLARI ci spiega quali sarebbero i veri interventi da mettere in campo

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La ridefinizione della fase terminale della storia professionale e lavorativa che è stata delineata dalla riforma delle pensioni richiede con urgenza di porre mano a un nuovo disegno del lavoro, più che del mercato del lavoro, come erroneamente ci si affanna a commentare. Il lavoro e la sua valorizzazione economica, in un’economia di mercato, rappresentano il tassello fondamentale perché generano capacità di risparmio e di spesa, da un lato, ingredienti necessari per lo sviluppo e perché rafforzano la coesione sociale, dall’altro, consentendo la piena partecipazione alla comunità sociale e politica, ma anche la possibilità di mobilità sociale.

Mentre il Governo consulta le parti sociali, i media si scatenano nel dibattere dei soliti totem che rappresentano sul fronte del lavoro la struttura irrimediabilmente bloccata del nostro Paese: la necessità di ridurre le garanzie per i cosiddetti insider (coloro che godono di un rapporto a tempo indeterminato) per incrementare quelle degli outsider (più comunemente considerati “precari”), piuttosto che la modifica dell’articolo 18 che consente ai lavoratori di ottenere il reintegro. Il lavoro, ancora una volta, diventa quindi il mercato del lavoro o in una visione ancora più miope il sistema di regolazione del mercato del lavoro stesso, un tema ormai circoscritto al dibattito tra economisti e giuslavoristi. Ma è questo l’unico dibattito possibile?

Essendo ormai stufo di un dibattito tra risposte, credo sia opportuno dare una sterzata brusca e ricordare a tecnici e politici che il dibattito si deve fare sulle domande, perché non si può dare per scontato che il problema sia solo di meno regole. Il lavoro, come affermavo in apertura, è un elemento costitutivo della tenuta di un Paese che sia democratico e a economia di mercato e in quanto tale deve rispondere a molteplici esigenze: deve essere disponibile in quantità sufficiente a coprire le esigenze della popolazione, deve consentire alle persone di costruire i propri percorsi di realizzazione, deve favorire la promozione sociale dei meritevoli, deve contribuire a creare valore riconosciuto dal mercato e deve godere di un adeguato dinamismo legato all’innovazione nella ricerca e nelle imprese.

Mi domando quanto i cosiddetti esperti del mercato del lavoro abbiano presente questa definizione estesa del problema, limitati come sono al tema della domanda e dell’offerta di lavoro che considerano (erroneamente) solo alla stregua di una merce scambiata su un mercato. Quando si discute a vuoto di tecnici contro politici, in realtà si dimentica che su questo tema i politici si sono lasciati limitare dai tecnici ben prima che apparisse l’esigenza di un governo tecnico, adottando per l’appunto questa versione sterile e formale che non ci porta lontano.