BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

QUALCOSA DI SINISTRA/ Quella riforma del lavoro che non conviene a nessuno

Il tavolo tra governo e parti sociali (Infophoto)Il tavolo tra governo e parti sociali (Infophoto)

Se da una parte minoritaria ma consistente del sindacato, la Cgil, continua a essere sollevata come un totem l’inviolabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dalla parte della Confindustria c’è il no pregiudiziale all’adozione di formule di “flexecurity” alla scandinava, come quelle propugnate dalla proposta di riforma avanzata da Pietro Ichino, che caricano sulle imprese più responsabilità sociali (e quindi economiche) sulla gestione degli esuberi. L’attuale sistema, in definitiva, fa comodo alle imprese, per quanto se ne lamentino, più di una riforma che le responsabilizzasse maggiormente, in nome di una maggiore liberalizzazione dei rapporti: è vero che oggi non possono licenziare, ma possono in compenso “assumere senza assumere”.

Il lavoro parasubordinato gli costa poco e ricorrervi massicciamente non comporta rischi. L’ipertrofica e iperattiva magistratura del lavoro che negli anni Settanta era sempre lì con il fucile spianato contro gli imprenditori, pronta a intimare loro di assumere “d’ufficio” chiunque lamentasse di aver indebitamente prestato servizio per tre ore all’interno di una struttura aziendale, o utilizzando strumenti aziendali, ebbene, quella magistratura oggi dorme. Per cui si hanno centinaia di migliaia di lavoratori a progetto e co.co.pro, per non dire stagisti, gravati in realtà di funzioni in tutto e per tutto equiparate a quelle dei lavoratori dipendenti. Tutto questo fa comodo alle imprese. E non poter licenziare è meglio se il prezzo della licenziabilità degli infingardi dovesse essere quello di garantire loro un periodo di sostegno al reddito durante il quale aiutarli a cercare una nuova occupazione…

Così come negli anni Settanta i sindacati pretendevano che il salario fosse una “variabile indipendente”, così oggi troppo spesso il ceto imprenditoriale pretenderebbe che l’utile e il dividendo fossero “variabili indipendenti”. Mentre è evidente che la crisi chiama tutti a sacrifici e a svolte ideologiche radicali: i sindacati ad accettare compressioni salariali e abbattimento dei vecchi tabù; gli imprenditori ad ammettere un maggior peso degli oneri sociali e un maggior rischio d’impresa, a fronte di una maggiore flessibilità.

Per portare avanti su binari così simmetricamente indigesti una riforma del mercato del lavoro di contenuto “europeo”, sarebbe necessario che il governo sapesse, insieme, essere estremamente “impolitico” ma anche accortamente negoziatore. Che la Fornero sia “impolitica” è una caratteristica che anche i detrattori le riconoscono. Saprà essere anche negoziatrice? Per ora, non l’ha dimostrato.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
24/01/2012 - Senza TABU' più SCHIAVITU' (Mariano Belli)

L'art.18 non c'entra nulla con i tabu' ma difende il diritto sacrosanto del lavoratore a non essere ricattabile e quindi estromesso dall'azienda a favore di altro personale con paga inferiore. L'obiettivo finale di questi sfruttatori di professione asserviti ai poteri forti è infatti un mercato del lavoro selvaggio e senza regole, dove i lavoratori si facciano concorrenza al ribasso (cioè, arrivino a lavorare per un pezzo di pane, senza più diritti). Questa pratica si chiama SCHIAVITU' e non ha nulla a che vedere con il progresso spirituale, morale e materiale dell'uomo. Ha invece a che vedere con l'insaziabile avidità di alcuni esseri (umani?)