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QUALCOSA DI SINISTRA/ Quella riforma del lavoro che non conviene a nessuno

Ieri c’è stato il primo incontro tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Dopo l’avvio del confronto le impressione non sono positive. Il commento di SERGIO LUCIANO

Il tavolo tra governo e parti sociali (Infophoto) Il tavolo tra governo e parti sociali (Infophoto)

Si stava meglio quando si stava peggio? La cupa, primissima impressione dopo il round d’avvio della trattativa sulla riforma del mercato del lavoro tra il governo e le parti sociali è proprio questa. Sia per le modalità atipiche dell’incontro, sia per le avvisaglie di quelli che potrebbero essere i suoi esiti. Andiamo con ordine. Innanzitutto, le modalità. Elsa Fornero, ministro volenterosissimo e in buona fede del welfare, non ha ritenuto di consegnare ai suoi interlocutori una bozza scritta dei punti salienti del progetto governativo, ma si è limitata a leggere una dichiarazione d’intenti: otto cartelle di una specie d’omelia difficile da seguire, prima ancora che da capire. Tanto che Confindustria e sindacati hanno concordato di produrre loro una bozza sulla cui base “incardinare” il confronto.

L’altro barlume di certezza è invece inquietante nel merito, perché la riforma punterebbe a ridurre il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, cioè al principale dei nostri ammortizzatori sociali “di ultima istanza”, quelli che precedono la disoccupazione. Il che, con i prepensionamenti resi più difficili dall’innalzamento dell’età pensionabile, configura un quadro fosco sulla gestibilità di una stagione di crisi e ristrutturazioni industriali che, purtroppo, è appena cominciata.

Dice della Fornero un osservatore ormai un po’ distante ma preparato e duro come Sergio Cofferati: “Sa molto di previdenza, poco o niente di mercato del lavoro”. Si sa che la professoressa è una che studia, ha sempre studiato e certamente l’ha fatto anche stavolta. Si sarà fatta una scorpacciata di teorie sul mercato del lavoro, quindi. Ma le trattative sindacali, tantomeno in questa materia, non sono algebra, gestirle è diversissimo dal risolvere equazioni: sono fatte di mediazione, caratterialità, attacchi e difese, sistemazioni progressive. Sono fatte di politica, materia scivolosa per i tecnici.

Ma c’è dell’altro ed è quanto di più sostanziale va esaminato. Quel “si stava meglio quando si stava peggio” va onestamente riferito anche al quadro attuale di un mercato del lavoro dove i pur sacrosanti strumenti della flessibilità in entrata - cioè i ben 46 contratti atipici che regolano (si fa per dire) l’accesso all’occupazione - vengono spesso piegati agli interessi del puro risparmio e del puro rifiuto del rischio d’impresa. Gli imprenditori, cioè, da un lato subiscono l’illogica impossibilità di licenziare chi per responsabilità propria - disaffezione al lavoro, sopraggiunta incapacità al cambiamento delle mansioni e quant’altro - o per fattori oggettivi sia divenuto inutile o dannoso alla produttività aziendale; ma dall’altro si rivalgono protraendo all’inverosimile le formule di parasubordinazione che consentono loro di pagare molto meno del dovuto la forza lavoro e di non vincolarsi in alcun modo ai costi fissi di un organico assunto in pianta stabile. Ma così la flessibilità alimenta una forma di precariato infinito.


COMMENTI
24/01/2012 - Senza TABU' più SCHIAVITU' (Mariano Belli)

L'art.18 non c'entra nulla con i tabu' ma difende il diritto sacrosanto del lavoratore a non essere ricattabile e quindi estromesso dall'azienda a favore di altro personale con paga inferiore. L'obiettivo finale di questi sfruttatori di professione asserviti ai poteri forti è infatti un mercato del lavoro selvaggio e senza regole, dove i lavoratori si facciano concorrenza al ribasso (cioè, arrivino a lavorare per un pezzo di pane, senza più diritti). Questa pratica si chiama SCHIAVITU' e non ha nulla a che vedere con il progresso spirituale, morale e materiale dell'uomo. Ha invece a che vedere con l'insaziabile avidità di alcuni esseri (umani?)